• Gen
    27
    2014

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Werk Discs

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C’è questa definizione della musica di Actress che ha dato Lisa Blanning nel numero 316 di Wire (giugno 2010). “E’ una nuvola tangibile di elettricità nata dall’amore per le circuiterie degli ’80 e per il fuzz fisico derivante dalla vibrazione dei coni degli speaker, la modulazione dello spazio, l’estasi house, la merviglia dei suoni elettronici, il tamburellare della techno, l’arroganza dell’r&b e del pop miscelati in sfumature e pacata eleganza“. Non credo ci sia miglior premessa per racchiudere buona parte dello spettro immaginativo ed evocativo di Darren Cunningham, producer ma anche label manager di Werk, uno che chiama la sua musica “r&b concréte”.

Il progetto Actress si nutre da sempre di un’enigmatica trasparenza. Nasce come creatura laboratoriale, naturale nei predominanti riferimenti detroitiani ma anche in quelli chicagoani – i tocchi techno di Juan Atkins o Robert Hood e il lato house di gente come Theo Parrish o Adonis – evidenti fin dall’esordio del 2008 Hazyville, e così, di pari importanza, nelle dominanti intime, istintive, attente alla post produzione e al ripensamento (il debut ci mette ben quattro anni ad uscire). Cunningham traffica libero, casual, ma anche meditabondo, pensoso, macinando tanto le stecche tecnologiche di Oval quanto gli sguardi del Burial concreto; si lancia a piacimento in ricordi rave ma attinge anche osmoticamente da produzioni che hanno fatto il successo della sua label e che lo hanno influenzato (Zomby in primis).

Il cuore dell’opera complessiva è sempre stato sfuggente quanto centrato, e come per gente come Bevan, Laurel Halo e Four Tet, la lettura rifugge sistematicamente le trovate produttive d’accatto, per una camaleontica e personale catarsi sonica fatta di sensi unici, dead end, trastulli della mente, volute slabbrature, stati in dormiveglia che possiamo ricondurre senz’altro all’Aphex ambientale o a quello emotivo (Our) ma che producono un’impronta ben precisa, distinta e unica. Ghettoville, che esce in contemporanea con la ristampa dell’esordio, re-immerge il tratto vago e nebbioso (Hazy appunto) dell’Actress degli esordi sui binari di un artigianato di bottoni e leve (emblematica Rims, ed ecco il ghetto), riprendendo la materia primigenia e tornando a respirarci dentro, consapevole che molte, troppe, correnti di oggi vanno in tutt’altra direzione (il ghetto in Gaze diventa anche scudo, fierezza), anche a livello di consapevolezza e libertà d’azione.

Tolti gli smalti chamber e gli incanti nipponici di R.I.P., il presente di Actress mette le lenti sull’industrial dalle parti della Hospital (Forgiven) quanto sulla wave di Forest Swords (Contagious), 4/4 che piacciono a Andy Stott e alla Modern Love (la citata Rims, Birdcage), nuovi richiami r’n’b che assumono i tratti sia di producer americani come Machinedrum o Kingdom, sia di 80s/90s lover come Blood Orange (Rap, Rule). Eppure, come sempre, ogni nuova coordinata viene e va, nasce e muore nella polvere, si mescola ai passati prossimi e remoti, in qualcosa che sta tra la Mille Plateaux e le storiche etichette techno come paradigma produttivo, ma con un approccio anti-laptop assolutamente urgente e contemporaneo (vedi la Halo) come allora lo era per Hazyville (che di fatto precorreva i suoi tempi).

Una polverosa Frontline, penultima in scaletta, con gli snare a brillare nel buio e le spirali di techno e industrial, chiude in bellezza quello che è, stando alle amare dichiarazioni della press autografa (“The scripts now carry tears, the world has returned to a flattened state, and out through that window, the birds look back into the cage they once inhabited”), il lavoro conclusivo a tinte fosche (Skyline, Time) di una tetralogia che può dirsi compiuta a molti livelli, alcuni sicuramente ancora da analizzare e scoprire.

Actress si consegna alla Storia. E per quanto riguarda il futuro, vedremo se la creatura Thriller (in combutta con Lukid) inizierà a produrre cose tra grime e Zomby, come dichiarato tempo fa. La differenza principale tra l’autore di With Love e Cunnigham? Dove il primo gioca tra maschera, vestito e carne, il secondo è lo sguardo nudo sui circuiti, la materia e il mondo.

15 Gennaio 2014
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