• nov
    20
    2015

Album
25

XL

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Adele mette subito le cose in chiaro, per tutti i fan che temevano un cambio di traiettoria nella sua musica: “Hello, it’s me”. Le prime parole del singolo già record di visualizzazioni online fugano tutti i dubbi e collocano 25 là dove era prevedibile: la scia di 21, un disco da 31 milioni di copie che da solo, qualcuno ha detto sorridendo, ha salvato l’industria discografica. Adele è certo cresciuta e cambiata, e non è più la ragazza ferita che le canta e le suona in mondovisione all’uomo che l’ha abbandonata. Ora ha una famiglia, una sicurezza economica e una tranquillità mediatica invidiabile, sicuramente d’altri tempi. Ma non è diventata una diva capricciosa e nelle interviste che si possono trovare in Rete, Adele sembra autenticamente sboccata, fresca e tutto sommato semplice: la ragazza della porta accanto che ha avuto in dono una voce incredibile che le ha permesso di uscire da North London per conquistare il mondo a suon di do di petto.

A 24 anni Adele si è trovata sul tetto del mondo, ma ha avuto anche paura che tutto fosse da declinare al passato: un’emorragia alla gola, un’operazione chirurgica che poteva compromettere l’ugola dorata. Chissà quanto questa storia non sia esagerata a uso e consumo dei media. Fatto sta che rispetto all’autrice di 21 oggi Adele ha un figlio di tre anni, un compagno ultraquarantenne che viene dal mondo bancario e, dice, una vita quotidiana tutt’altro che interessante: la banalità eretta a motto, “tutti abbiamo una possibilità di brillare”. Un personaggio, con il suo rapporto complesso con il girovita, la fragilità sentimentale e le radici ben piantate nella suburbia inglese, che riesce a mettere d’accordo in un colpo solo madri e figlie: le prime nostalgiche di un sound d’altri tempi, le seconde incluse per le tematiche eterne d’amore bruciato, di nostalgia tardoadolescenziale e di rimpianto che contraddistinguono tutto il repertorio della musicista.

Perfetto esempio ne è un brano come When We Were Young, destinato fin da ora a essere un nuovo classico. Adele, a 27 anni, canta la nostalgia per una gioventù passata che non ritornerà. Un tempo in cui i sentimenti erano a tinte forti, nette: “You look like a movie/ you sound like a song”. Un modo di sezionare il passato sfrondando la quotidianità e lasciando in bella evidenza solo le scene madri, i pianti a dirotto, le notti passate a crogiolarsi nelle emozioni. Siamo dalle parti di Elton John circa Candel In The Wind: torch song adagiata sul pianoforte dove la voce di Adele può mostrare le sfumature di cui è dotata. È una delle vette di un disco costruito benissimo, a cui hanno lavorato alcuni dei più capaci produttori in circolazione. Gente come Paul Epworth (già su 21), Max Martin, Greg Kurstin: gente abituata a lavorare per Taylor Swift, Britney Spears, per fare due nomi di act che sono abituati a guardare la classifica dall’alto.

La nostalgia è il tema anche di un altro brano destinato a diventare un classico nel suo repertorio, Million Years Ago “quando la vita era party da fare”: chitarra acustica e poco altro, Adele che sembra cantare seduta in un piano bar jazz anni Cinquanta. Echi di George Brassens e storytelling che rimanda, alla lontana, a Randy Newman, ma senza la sua feroce ironia. Ma è tutto il disco ad avere un sapore retrò. Pur avendolo costruito assieme alla crema della produzione pop internazionale, gente capace di essere attualissima nei suoni, 25 sembra fermo in un loop spazio-temporale che va dal dopoguerra agli anni Ottanta. Gusto classico per Remedy (il tentativo, riuscito non del tutto, di riscrivere Someone Like You), per il gospel bianco di River Lea (scritta e prodotta con Danger Mouse), per la Whitney Houston di Body Guard che esce in All I Ask.

Ma 25 non è (solo) 21 parte seconda. Adele e il suo entourage sono abbastanza scafati da insinuare sottotraccia germi di altro, per allargare lo spettro. Niente di sconvolgente, sia chiaro: bisogna pure trattenere chi l’ha seguita finora. Eppure un brano come Send My Love (To Your New Lover) parla anche la lingua del rock, quella dei Seventies che ha portato nuovamente alla ribalta Florence. E i parallelismi tra le due cantanti/autrici non finiscono qui, vista la comune rabbia (specialmente dovuta a delusioni amorose) e la necessità di trovare nella musica la via catartica per liberare l’anima dal peso del dolore. I Miss You, invece, pur rimanendo nel solco di Rolling Into Deep, indirizza Adele verso un uso più morigerato della voce, riuscendo nel contempo a non uscire dal recinto del suono Adele.

In definitiva, 25 è un disco che va soppesato sotto diversi punti di vista, contestualizzandolo per poterlo davvero capire. Se lo guardiamo dalla prospettiva dell’industria discografica, è il perfetto match con 21: non fotocopia, ma capace di dare al pubblico una manciata di nuove canzoni per scaldarsi il cuore. Merito ai suoi autori, per aver tirato fuori dal cilindro qualcosa dello stesso potenziale livello e non essere scaduti negli ultimi U2. Sotto il profilo produttivo ed esecutivo, è il disco più raffinato che Adele abbia mai realizzato: suoni perfetti, equilibri di missaggio davvero raffinati, uso della voce sempre eccellente (e forse più vario che in passato). Difficile trovare di meglio in giro nelle classifiche mondiali. Dal punto di vista di Adele, era un disco rischioso, venuto dopo un periodo complicato condito dalle recenti polemiche con Damon Albarn. Poteva essere un vuoto ripetersi, invece la Nostra ha saputo trovare nuova linfa per espandere la propria cattedrale pop. Probabilmente anche 29 o 33 saranno così, piccole variazioni sul tema del classic pop. Ma è come chiedere a un disco di Mina o della Motown di essere qualcosa di diverso da un disco di Mina o della Motown. 25, come gli album che verranno, è un disco di Adele: una categoria a sé, una partita che gioca lei e lei soltanto. A 27 anni non ci sembra un risultato trascurabile.

19 novembre 2015
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