• ott
    21
    2016

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Pias

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Sarebbe facile, giunti a questo punto del racconto della parabola artistica di Agnes Obel, prendere questo titolo, con i suoi riferimenti al vetro, e sommarlo alla foto di copertina, per parlare di un album più sfaccettato, quasi un caleidoscopio di emozioni, rispetto ai monoliti folk pop innestati di musica filarmonica e da camera del passato. Ma sarebbe un abbaglio, prendere un granchio mediatico per sottostare a un racconto promozionale che sta avendo una certa fortuna in alcuni ambiti, stampa anglosassone in primis. A noi pare che, con alcune differenze di cui diremo, la sostanza sia sempre grossomodo la stessa: docili melodie che si incastrano in piccole composizioni classicheggianti, ora più dark, ora eteree, con sullo sfondo il Nord fatto di miti ancestrali e lontani, di poche note evocative e lunghi carrelli della macchina da presa musicale. Musica dell’anima, colta e raffinata: come di una Johanna Newsom agli esordi con il folk norreno e la classica al posto del medioevo.

Dopo un esordio, Philarmonics, che nessuno si aspettava sapesse così sapientemente incastonarsi tra gli amanti di Tori Amos e l’hipsteria da fine 2000, e un Aventine (secondo noi il migliore del lotto), che giocava con gli angoli più oscuri della sua anima danese, Agnes Obel aggiorna un poco l’apparato strumentale con un po’ di timida elettronica (ecco una delle differenze rispetto al passato) e si affida senza tema di smentita alle sue capacità pianistiche e a quelle scenografiche. Lo scarto sui dischi precedenti si consuma nell’orizzonte a cui si fa riferimento. Se prima era “classico”, ovvero quello della songwriter à la Joni Mitchell, qui si punta più decisamente verso Julia Holter (con i riferimenti letterari e gli anni Venti dichiaratamente tra le ispirazioni) e Julianna Barwick (con la stratificazione delle tessiture d’archi e le atmosfere).

Che Agnes Obel sappia scrivere buone canzoni (la scura Familiar, una Mary che rimanda più direttamente ad Aventine), che sappia maneggiare la materia come una prima della classe (l’equilibrio di voce e piano della titletrack), non lo si scopre con questo terzo disco. Eppure, quando si lascia prendere troppo la mano con i puzzle musicali (come per esempio in Trojan Horses), il rischio – solo un rischio – di scivolare nei territori di Enya esiste. Con questo controllo, con questa materia di partenza e la sua cultura musicale siamo sicuri che, dettagli a parte, la Obel potrebbe sfornare album come questo da qui alla fine della carriera, nel bene e nel male.

26 ottobre 2016
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