Recensioni

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Progetto inizialmente avvolto da uno strategico silenzio stampa, Akkord aveva debuttato con due buone autoproduzioni numerate nel 2012, per poi apparire come colonna sonora del trailer di presentazione dell’etichetta elettronica Houndstooth. Una scelta fortemente voluta dall’a&r manager Rob Booth che già parlava chiaro riguardo al ruolo che questa misteriosa formazione avrebbe dovuto ricoprire nello scacchiere della neonata label e non solo.

Successivamente, con l’annuncio del debutto lungo la scorsa estate, sono stati svelati i nomi dietro alla sigla, ovvero Liam Blackburn (Indigo) e Joe McBride (Synkro), due producer mancuniani con all’attivo variegate produzioni fin dal 2007, con McBride già famoso per via del remix 2 step della Night Time degli XX e per una serie di uscite in area soul-elettronica anni ’10. Nessun colpo di scena dunque, anche perché quel che conta, di fatto, è la musica, ad esempio la pubblicazione, lo scorso marzo, di un EP (Navigate) che aveva fatto drizzare molte orecchie.

Nello speciale dedicato a Houndstooth, per gli Akkord azzardavamo anche un’idea di nuovi Autechre, ipotesi a conti fatti parzialmente sconfessata da un debutto che poggia certamente su solidi binari techno mancuniani (emblematica Hex AD), ma che regala le più grandi soddisfazioni viaggiando egregio lungo i continuum elettronici britannici più scuri (leggi darkside, jungle e dubstep), senza dimenticare il filo diretto con la tradizione dub techno tedesca (Basic Channel) e britannica (Mick Harris e Kevin Martin).

La magia che Indigo e Synkro sono riusciti a creare sta nelle movenze di questa bestia oscura, innamorata tanto delle geometrie arcane, quanto di speleologiche discese negli abissi. Akkord è un album che non è stato pensato per il club, ma che dal dancefloor esala amianti, cadaveri, mostri e navicelle spaziali. C’è un’idea di morte del futuro dentro, ma anche una fiera resistenza a luci spente, a partire dall’iniziale odissea nello spazio di Torr Vale, come anche nel voodoo grime in zona dopo-la-morte (leggi Logos) di Undertow, traccia finale dell’album. Album che contiene alcuni colpi decisivi tra ritmi e ambienti, nello specifico una Smoke Circle che s’incastra in precise decostruzioni e un bel tocco di humor mancuniano (per chi lo vuol cogliere); la spola tra techno dub e dubstep di 3dOS, con tutto un gioco di ombre orrorifiche sui muri; le voci deformate à la Underworld che si stagliano sulla dialettica tra Keysound Pinch di Folded Edge; l’ectoplasmatica disamina Basic Channel martoriata da marzialità dubby di Conveyor e, naturalmente, quella traccia killer che è Navigate (anche videoclip) già presente nel citato eppì.

La scaletta è a prova di bomba e il debutto va diretto nella top 3 degli album elettronici dell’anno. Occhio, infine, all’eppì Storm su Samurai Red Seal del solo Indigo (in uscita a dicembre 2013), altro gioiello che fa esplodere il sound di Akkord secondo coordinate jungle più esplicite e dà chiari segnali su chi, nella coppia, tiene le molte fila del sound.

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