• Feb
    24
    2017

Album

Drag City

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Dopo l’intimismo acustico profuso nell’album eponimo del 2015, le collaborazioni con il poeta Robin Robertson per Hirta Songs e con gli altri tre membri del Furrow Collective (ne abbiamo parlato estesamente in una rubrica di qualche tempo fa), il nono album di materiale completamente originale a firma di Alasdair Roberts è un ritorno a forme più energiche di folk, come era successo l’ultima volta nel 2013 con A Wonder Working Stone. Tutte le canzoni sono accreditate al solo titolare, ma la resa è quella di un trio affiatato, composto con i due musicisti che da qualche tempo accompagnano il Nostro dal vivo: Alex Neilson (percussioni) e Stevie Jones (basso, ma anche piano e organo). L’affiatamento c’è, e si sente lungo tutto l’album, con un suono e un interplay che rimandano alla migliore stagione del folk britannico, quella dei decenni Sessanta e Settanta targati – soprattutto – Fairport Convention.

L’accostamento con la band di Richard Thompson è più evidente che mai in alcuni brani, come The Angry Laughing God e The Downward Road, che pur non entrando a piedi pari, tendono a sconfinare in territori quasi rock, proprio come i Fairport Convention e altre band fecero allora, dando vita al folk-rock d’Albione. Ma lo sguardo di Roberts, sempre attento a riconoscere le eredità e a dare il giusto peso alla tradizione di cui si sente parte, si allarga oramai stabilmente anche alla sponda americana dell’Atlantico, in un’idea di continuità tra i corpus di canzoni. Ne sia esempio la conclusiva Songs of the Marvel, che per intento e contenuto rimanda alla stagione più politicizzata del folk a stelle e strisce, quella che è entrata nei café del Greenwich Village. Non mancano le ballate (Wormwood and Gall, Scarce of Fishing), nella migliore tradizione anglosassone, e non manca anche il respiro lungo della storia che sembra prendere tutto il disco. Alasdair, del resto, è sempre abilissimo a non cadere mai nella calligrafia totale o nella nostalgia fine a se stessa di un passato mitico.

Bello, brutto, riuscito o meno che sia, questo suo ultimo sforzo musicale, nel turbinio di uscite che lo vedono protagonista, è probabilmente solamente la fotografia dell’adesso di un songwriter che sembra incidere dischi per accidente. Lo fa perché sono il modo che oggi si usa per far circolare le proprie composizioni, ma Roberts ha già mostrato in passato  – e qui lo conferma ancora una volta – che dischi, Internet e social network sono un caso del presente, mentre la storia del folk di cui si sente uno degli anelli è ben più lunga e si muove su tempi e distanze diverse, inattuali e forse incommensurabili. Per questo, forse, è necessaria.

15 Marzo 2017
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