Recensioni

7.5

Dall’incontro tra spiriti affini, senza scadenze, senza ansie da prestazione, senza impegno ma con tutto l’impegno possibile (l’arte per l’arte: ashes to ashes, synth to synth), esce un lavoro bello e screpolato, inattuale e importante, che definire industrial ambient sarebbe riduttivo, ma a cosa servono le recensioni se non a ridurre un’opera dell’ingegno di carattere creativo ai minimi termini, strizzandone fuori un po’ di succo intellegibile da far assaggiare ai curiosi? Oggi il sommellier propone Illusion Of Time, annata 2020, cantina Cortini & Avery: elettronica per palati fini.

Al di là dei tag e degli arzigogoli gonzo, la collaborazione tra Alessandro Cortini e Daniel Avery, che finalmente prende forma compiuta dopo il 7” white label che circolava dal 2017 (e firmato dall’acronimo DA-AC), si dimostra felice e fruttuosa ben oltre le aspettative, producendo dieci gemme grezze, ancora attaccate alle rocce picconate via dalla vena che parte dal kraut più fecondo, passa per panorami enoani, macerie noise, distopie atonali, atmosfere boardsofcanadesi e finisce direttamente nel retrocranio.

Con Illusion Of Time si gioca più in casa Cortini che chez Avery, anche se l’ex resident DJ del Fabric e protegé del compianto Andrew Weatherall non ha mai nascosto ambizioni oltreclub. L’inglese l’abbiamo finora apprezzato più nelle vesti di technomante che non in quelle dell’alchimista IDM (si dice ancora così?): si confronti l’inventivo equilibrio tra minimal detroitiana e progressive underworldiana del bellissimo Drone Logic del 2013, con le velleità fuori fuoco di Song For Alpha del 2018. L’italiano, ora di stanza a Berlino e ancora in orbita NIИ, ci ha ormai abituato bene, potendo vantare un corpus di opere in grado di definire uno stile assolutamente personale (oggigiorno mica facile, soprattutto in ambito elettronico) e in intima risonanza con le sensibilità di un numero crescente di estimatori. Ma chi scrive pensa che è proprio quando l’istinto e la competenza tecnica di Cortini trovano sponda e confronto diretto con le esperienze di altri musicisti che i risultati diventano, se possibile, ancora più interessanti: si vedano (si ascoltino!) a riprova altri due lavori firmati da Alessandro in duo, con Masami Akita (Alessandro Cortini and Merzbow, 2017) e con Lawrence English (Immediate Horizon, 2018) rispettivamente.

E anche il dialogo con Avery ha avuto effetti rinvigorenti, portando entrambi gli artisti fuori dalle rispettive comfort zone per entrare in una comune, affascinante Twilight Zone: scariche, saturazioni, soffi, fruscii, sbuffi sporcano e screziano ostinati di due note (Sun) o di due accordi (CC Pad, Enter Exit), corsi e ricorsi melodici (il flusso Cluster & Eno & Aphex & BOC & Avanti della title track – che vede l’apporto anche di James Greenwood, aka Ghost Culture, collaboratore di lunga data di Avery), epica sci-fi kosmische che si fa terrena e tellurica (Inside The Ruins, At First Sight), risacche lisergiche (Water), scorci su praterie su cui pascolano le pecore elettriche di Dick (Space Channel, Interrupted By The Cloud Of Light, Stills). Industrial ambient, si diceva? Decisamente riduttivo. Da assaporare.

P.S. Il nerd dentro e fuori di me ci tiene a segnalare il lavoro oscuro di missaggio e “additional programming” della sound engineer Marta Salogni, bresciana ma di stanza a Londra (e con referenze super).

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