Recensioni

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Sette album in altrettanti anni non li tiri fuori dal cilindro con un semplice trucco da bravo illusionista, soprattutto ad appena ventiquattro anni compiuti. Ci è riuscito con incredibile leggerezza il polistrumentista (Sandy) Alex G, originario di Philadelphia, partito dalle luci soffuse della propria cameretta (con una serie di produzioni DIY caricate sul proprio profilo Bandcamp) ed arrivato, con il suo quinto disco DSU (2014), ad attirare l’attenzione della stampa specializzata oltre che di un’etichetta del calibro di Domino, sotto cui sono uscite la penultima, buona prova Beach Music (2015) e l’attesissimo Rocket.

Un disco che rappresenta un banco di prova per un musicista che, negli ultimi sette anni, ha dato prova di un talento cristallino e talmente eterogeneo da sfuggire a facili catalogazioni di genere. Si potrebbe discutere di sano indie-rock/lo-fi con particolare attenzione alle sfumature folk e alla centralità delle chitarre, cercando così un buon compromesso ma, soprattutto nel caso di Rocket, rimarremmo in superficie. Sì, perché c’è qui una cura ulteriore che riesce a rendere ricco l’universo immaginifico disegnato da G, fedele solo in parte ai bagliori in bianco e nero di Elliott Smith (dichiarato punto di riferimento) e che sfocia in un profluvio d’intuizioni e rivoluzioni stilistiche da far addirittura impallidire l’altro eclettico enfant prodige Kiran Leonard.

Tracklist alla mano, nei quattordici movimenti messi a punto da Alex G con ermetica sinteticità raramente vi ritroverete a gustare i medesimi sapori. Un biopic sonoro da scoprire e da attraversare armati d’ironia e curiosità. Prendete ad esempio l’opener Poison Root – essenziale nell’alternare chitarra, contrappunti d’archi e piano a una vocalità à la Smith – e provate a raccordarla con un brano qualsiasi in scaletta: vi ritroverete a pescare in una fauna sonora versatile ed adatta a soddisfare i vezzi di ogni tipo di palato, dal country folk di Proud, al pop vellutato (County) in chiave Beach House a cui va ad aggiungersi una venatura jazzy, passando per gli sperimentalismi noisy di Horse e le asprezze post-punk altezza Algiers di Brick. Un continuo sbandare zigzagando tra le ossessioni di G che non manca mai di alimentare ventate di estatico songwriting, soprattutto dove la narrazione s’infittisce anelando all’introspezione (Big Fish) o s’ammorbidisce accennando a divertissement jazzy (nella conclusiva Guilty).

Giusto per ribadirlo, Rocket è sperimentalismo nudo e crudo. In questa nuova prova Alex G fa sfoggio di tutto il suo estro, realizzando un disco inafferrabile ma che purtroppo vive di episodicità. Manca una linea guida a mettere ordine in un’iperattività artistica domata solo in parte dalla produzione di Jacob Portrait. Il risultato è un lavoro che conferma il percorso fin qui intrapreso ma con qualche sbavatura di troppo. Nel caos volutamente ricreato ad arte da Alexander Ginnascoli (nome di battesimo dell’artista) ci s’imbatte in vicoli ciechi che, pur essendo dorati, non riescono a rendere memorabile questa settima prova. Hype giustificato, dunque, ma solo a metà.

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