• nov
    04
    2016

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RCA

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Il ritorno di Alicia Keys – a quattro anni dall’ultimo Girl on Fire si inserisce a buon titolo nel novero degli ottimi dischi r&b usciti quest’anno, seguendo una strada invero abbastanza inversa a quella delle altre regine black del settore (pensiamo ovviamente a Beyoncè, a Rihanna, ma anche a nuove e promettenti leve britanniche come JONES). Tradizione e testi abbastanza impegnati (per quanto non sempre troppo ispirati), poca attenzione per le imboccate più modaiole e un’attenzione sia vocale che – forse soprattutto – produttiva nel cercare una moderna classicità che possa essere il meno possibile contingente. La missione, seppur con qualche parziale riserva che vedremo, può dirsi computa.

L’elemento preponderante sono sicuramente le frequenti infiltrazioni di un gospel – dichiarato fin dal titolo della seconda traccia, The Gospel appunto – chiaramente lontano tanto da quello gioioso e cannabinoide dell’ultimo Chance the Rapper, quanto da quello sbandierato ma non troppo focalizzato del Kanye West di The Life of Pablo. È una spiritualità – il cui pezzo più rappresentativo in scaletta è Work On It – che prova a tornare radicalmente afroamericana e civilmente impegnata, attraverso uno storytelling capace di interscambiare di pezzo in pezzo l’Io narrante. Può imperniarsi su beats HH di matrice vagamente old school (Pawn It All, She Don’t Really Care_1 Luv) o poggiare su una minimale base di chitarra acustica scarna e basica come in Kill Your Mama, dove il punto di vista è quello di tutta l’umanità nei confronti di una Madre Terra sempre più flagellata, per una non troppo originale denuncia filo-ecologica. Fa anche capolino – come lecito e prevedibile – anche un certo spleen orgogliosamente blues, come in Illusion of Bliss (e stavolta la prospettiva adottata è quella di una 29enne, per approcciare un altro leitmotiv, quello della dipendenza). Non mancano inoltre anche i potenziali singoloni come Blended Family (What You Do for Love), in cui un morbido riff di acustica intarsia nuovamente un beat hip hop dal sapore piacevolmente vintage, per un pezzo – nella cui coda compare anche una strofa di A$AP Rocky – che sarebbe potuto benissimo essere di Beyoncè. C’è tempo, in coda, anche per una dubb(ios)a sconfinata in lande dancehall (In Common), estemporaneo episodio non inedito – un’embrionale e probabilmente inconsapevole precedente era costituito da Limitedless presente in Girl on Fire  che non fa storcere troppo il naso ma c’entra poco con tutto il resto della scaletta.

Infine fiacca un po’ la coesione e la scorrevolezza del disco la presenza di troppi interludi lungo la tracklist, a conti fatti nemmeno giustificati dalle esigenze narrative di un ipotetico concept che è invece assente in questo contesto. Frammentarietà a parte, l’album è comunque un ottimo ritorno e un’uscita che – nel suo tradizionalismo (e conservatorismo) black – paradossalmente si inserisce perfettamente nei trend più attuali.

30 novembre 2016
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