Recensioni

7.4

In principio, era stata la colonna sonora di Judgment Night a rompere le pareti divisorie tra hip hop e rock sperimentale, facendo convivere negli stessi spazi – tra gli altri – gente come Faith No More e Boo-Yaa T.R.I.B.E., Teenage Fanclub e De La Soul, Sonic Youth e Cypress Hill, Dinosaur Jr. e Del the Funky Homosapiens. La breccia in quei tramezzi, in verità, era stata già aperta dalla uber citata collaborazione tra Run-DMC e Aerosmith e in seguito bissata dai Beastie Boys, ma è grazie a quella colonna sonora spartiacque del 1993 che la doppia H viene definitivamente sdoganata e sintetizzata anche negli ambienti sperimentali del rock “altro”, e culminerà, per chi scrive, nello split del 2005 Spiritual Healing tra Zu e, ma tu guarda un po’, e i Dälek. Proprio quegli Zu che l’anno successivo andranno ad inaugurare con How To Raise an Oax una serie di fortunate collaborazione con, indovinate chi, Mats Gustafsson.

Il fil rouge che unisce il supergruppo Anguish e che collega Svezia, Germania e States passa anche un po’ da Ostia, con gli Zu a far pienamente parte di questa teoria dei sei gradi, coniugata però secondo il verbo dell’improvvisazione radicale. Per essere precisi precisi, i prodromi di questo progetto che vede coinvolti, oltre ai già citati Gustafsson, Will Brooks e Mike Mare dei Dälek, Andreas Werliin di Fire! Orchestra e Wildbirds and Peacedrums e Hans Joachim Irmler dei Faust, si devono andare a cercare nella collaborazione del 2004 proprio tra i Faust e Dälek dal titolo Derbe Respect, Alder, la cui libera traduzione (Irmler permettendo, ovviamente) suona come Rispetta il vecchio. Di tutto questo giro di collaborazioni e incroci, Anguish è il naturale e deviato risultato.

Mostro con cinque teste indipendenti e rigorosamente pensanti, Anguish va a muoversi nella strada già tracciata dell’experimental hip hop per cercare nuove direzioni e percorsi, percorrendo in alcuni momenti anche i passi di maestri dell’industrial hip hop come i losangelini CLIPPING.. Se poi ad un esperimento vincente aggiungi anche il peso di due accademici come Gustafsson e Werliin, allora il gioco è bello che fatto. I beat sulfurei messi su dal batterista si sposano perfettamente con il flow perforante di Will Brooks, perché in Anguish c’è tanta sperimentazione ma anche del gran rap, come in Cyclical Physical, dove i synth carpenteriani di Irmler e le chitarre di Mare costruiscono evocativi tappeti su cui l’MC vola che è una bellezza. Tanti i key points di questo disco: la omonima title track, in cui Gustafsson ricama sapientemente sulle rime di Brown orpelli jazzy e bordate free, la corazzatissima Gut Feeling (impressionante la sezione ritmica) o ancora Healer’s Lament, il cui testo è tratto dall’opera del poeta metropolitano Kamau Daáood, scoperto solo pochi giorni prima di entrare in sala di registrazione. A chiudere i giochi, il deflagrante motorik di Wumme, nome della città in cui nacque quasi cinquant’anni fa (siamo nel 1971) il mito dei Faust.

Sporchi e cattivi, gli Anguish sono tra le cose più belle su cui potrete mettere le mani quest’anno, ennesimo episodio vincente di una illuminata RareNoise Records. Chapeau!

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