Recensioni

Da cacciatrice a preda, preda innanzitutto di un’ispirazione trascinante che frutta canzoni al contempo aggressive e vulnerabili, in qualsiasi veste possano presentarsi al suo pubblico. Hunted arriva a due anni di distanza dal terzo album di Anna Calvi, Hunter, e ne è una rivisitazione atipica. Due anni in cui la musicista londinese si è tolta soddisfazioni di ogni tipo, memorabili concerti compresi, e a freddo, anche se il disco in questione di freddo non ha un bel niente, possiamo ribadire che, sì, Hunter era e rimarrà un gran disco, al pari dell’omonimo esordio del 2011.
Nel caso specifico, l’intento è quello di tornare all’intimismo delle prime registrazioni di Hunter, svoltesi nella sfera privata del proprio studio casalingo. Un intento interessante, specie se proveniente da un’artista gentilmente schiva. Se a volte, spesso anzi, quando si riprende in mano materiale già edito si tende a metterlo sotto trattamento di steroidi, per pomparne il volume sotto cassa e sotto i riflettori, qui si sceglie la direzione opposta, puntando a una sottrazione non troppo dissimile da quella attuata da St. Vincent in MassEducation. In questo caso, però, l’intimismo resta più crudo e non perde in sottile inquietudine.
Anna Calvi è bravissima a rileggere gli altri – ricordiamo il suo feeling con le cover – e persino a rileggere se stessa. Hunted mette dunque in fila sette nuove versioni dei brani appartenenti alla scaletta originale (all’appello mancano soltanto As A Man, Alpha e Chain), quattro eseguite in compagnia e tre in solitaria. Tra queste ultime, la medesima Hunter, la già di per sé minimale Away e Indies Or Paradise – posta come scurissima chiusura – indicano un approccio del tutto diverso, con la voce tenuta maggiormente confidenziale e la chitarra che ripone gli artigli per farsi presenza fantasmatica, a ulteriore dimostrazione della maestria multi-stilistica allo strumento. Non c’è altro, a parte gli ospiti appunto.
Veniamo a loro. Swimming Pool, con Julia Holter, diventa un pregiato pezzo di neocamerismo di cristallo, estremamente più tenue rispetto alle tinte iridescenti conferite dalle precedenti pennellate barocche. Eden, grazie alla presenza di Charlotte Gainsbourg, è forse l’episodio che colpisce di più, con delicatezza ovviamente: un contatto di classe sublime. Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, già singolo-manifesto nell’affrontare il tema della conformità di genere, viene condiviso con Courtney Barnett e la scelta è quasi programmatica, in un complice e vivace intreccio di corde. Wish coinvolge Joe Talbot degli IDLES, forse la collaborazione sulla carta più sorprendente, e procede così con lo spoken cavernoso del punker verso un concentrato di inglesità ribelle, prima di assecondare il suo ottovolante melodico con psicotico piglio post-Suicide. Hunted non è un diversivo per alimentare un altro giro dal vivo. Al contrario, vale veramente la pena ascoltarlo. Finché lei resterà in questo stato di grazia, le canzoni di Anna Calvi continueranno a braccarci.
Amazon
