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7.4

Vestita in “pelle”, mentre le luci vermiglie, ardenti la illuminano, “con i fiori” tra i capelli. Entra in scena così, Anna Calvi, nella title track del suo terzo album, Hunter. Una splendida ballata in cui niente dura per sempre, ma in cui è necessario “sopravvivere”, supportata da un videoclip di Matt Lambert dedicato all’identità mutevole di performer intenti a restituire l’arte dell’esplorazione del piacere. Tutto, in Hunter, ruota infatti attorno a una protagonista femminile nei panni della cacciatrice, non della preda. Potere alle donne, insomma, che siano potenzialmente carnefici o vittime (questa è per voi, moralisti/e dal giustizialismo facile). La songwriter inglese, trasferitasi da poco a Strasburgo per seguire la nuova compagna francese dopo la rottura di una precedente relazione durata ben otto anni, è ormai un’elegante bandiera della forma-canzone scevra da vincoli di genere, dall’attitudine queer al di là del ludico revival post-80s, principalmente dall’attitudine “libera”.

Prodotto da Nick Launay (non a caso al lavoro con Nick Cave e Grinderman), con Adrian Utley dei Portishead alle tastiere e Martyn Casey dei Bad Seeds al basso, Hunter non è forse l’incredibile schiaffo in guanti di velluto dritto dritto sul viso che era stato l’incendiario esordio omonimo del 2011 (dentro vi interveniva, rapito, persino Brian Eno), ma suona più viscerale e personale del successivo One Breath del 2013, che era maggiormente volto alla sospensione e sfiorato da soluzioni sintetiche prossime a St. Vincent (magari anche perché maneggiato da John Congleton), di buon livello nelle sue suggestioni jeffbuckleyiane ma lievemente sottotono. Stavolta nel testo dell’iniziale As A Man si anela giusto a un “respiro”, che rappresenta sessualità sovversiva e catarsi per l’intera durata dell’opera, pensata con assoluta compattezza. Le percussioni sono subito in evidenza, la chitarra al secondo minuto è già oro che cola, liquida e scintillante come non mai. L’oscillazione tra corpo maschile e femminile, tra forza e vulnerabilità che innescano meccanismi di supremazia relazionale, prosegue con il primo singolo Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, introdotta da (discutibili) vocalizzi alla Dolores O’Riordan e pervasa da una teatralità ambigua, alla Perfume Genius di Too Bright, pronta a esplodere in una cascata di improvvisa elettricità. “Boy” e “girl” continuano ad avvicendarsi, mutare l’uno nell’altra, nell’ode al cambiamento/legame di Chain, catene che si spezzano e chiudono, un po’ androgynous David Bowie – nel pantheon degli eroi dichiarati di Anna – un po’ dominatrix Siouxsie, specie nella timbrica canora. Le parole serpeggiano per flash di immagini o esperienze vissute, piuttosto che rifarsi ad ancoraggi letterari. In flusso di coscienza.

Nonostante gli importanti attestati di stima ricevuti da innumerevoli colleghi, a tanti resta antipatica, Anna Calvi, diciamolo. Sarà perché difficilmente decifrabile, sarà perché troppo padrona di se stessa per un music business in fondo tuttora a disagio nel gestire nomi come il suo o quello della succitata St. Vincent, bollate sovente di essere algide o fasulle soltanto perché concentrate sul proprio progetto, sulla propria iconica messa in scena. Mi ricordo il nostro incontro di vari anni fa, per una intervista, mi ricordo la sensazione di trovarsi di fronte a un timido angioletto dalla voce flebile, trasformatasi qualche ora più tardi, sul palcoscenico, in un’irresistibile diva in miniatura: dov’è la verità? Ma la verità ci deve essere o, appunto, ciascuno può essere chi desidera essere, quando lo desidera essere? «Stare on stage è il momento in cui mi è permesso essere la persona che non posso essere nella mia vita ordinaria», dichiara ora la Calvi, «On stage voglio sondare quanto posso spingere al massimo gli estremi».

Laddove una St. Vincent, speculare alla Calvi nell’emancipazione femminile in campo pop-rock, tanto sul piano puramente artistico quanto in quello comunicativo e dell’uso dell’immagine (in parallelo, pensiamo a una Kristen Stewart nella sfera del cinema), esprime il suo genio ricorrendo anche a sense of humour e para-riflessioni socioculturali, non temendo di premere sull’acceleratore dell’eccessività (stage diving, colori sgargianti, coreografie surreali, costumi parodisticamente anti-star system…), la quasi trentottenne britannica esagera in altro modo. Carica tutto sul piano strettamente emotivo, non concede flessioni al suo fare musica in maniera totale, idealisticamente demodé. Una roba, se ci pensate bene, che denota grande coraggio e merita massimo rispetto. Come la donna raffigurata nel brano Alpha, Anna Calvi può dividere e conquistare. Piaccia o non piaccia, non può essere sminuita la sua rilevanza in un presente in cui difettano i personaggi “forti”.

Anche se vuoi razionalmente resisterle, perché sembra una femme fatale pronta a irretire furbamente l’ascoltare, perché sembra presa a recitare una parte, perché sembra stucchevole nella melodrammatica coerenza con cui officia il suo credo sonoro, alla fine ti arrendi ad Anna Calvi, alla bellezza di Hunter. Basterebbe Indies Or Paradise, magnificamente scura ed esotica come solo i The Creatures della solita Siouxsie: “God?”, la domanda iniziale, in un Paradiso a due fatto di pioggia e presenze ferine tra la vegetazione, con le sei corde che diventano lame di rasoio in assolo, a rammentare l’abilità e la riconoscibilità nell’imbracciare lo strumento d’elezione. Un’ispirazione che si accende con la medesima intensità in Alpha (un’“Alpha Female”, per dirla con i Wild Beasts), dove ogni scansione ritmica è uno scossone e le ruvide deflagrazioni noise paiono innescate da Carrie Brownstein: «The light on the radio is on / My body is still on / Electrified / I wanna know if I can satisfy / I wanna know if I can pacify» (e la mente corre alla reinterpretazione della Papi Pacify di FKA twigs, per inciso formidabile come tutte le cover toccate dalla mano della biondina).

Ma la Calvi convince anche quando rallenta, in una Swimming Pool rinascimentale nel rifarsi agli archetipi e barocca nella sua innata sfarzosità indossata con classe, quasi una Lana del Rey senza silicone che nuota fra “onde di desiderio” – la simbologia è classica – molto più pericolose di quelle delle piscine californiane nonché ispirate alle superfici acquatiche Sixties del pittore David Hockney, per poi andare avanti con il minimalismo blues all’osso di Away o le luminescenze della conclusiva Eden, a proposito di una realtà migliore vista attraverso i controversi sogni teenageriali. Su tutti gli episodi in scaletta, probabilmente svetta però l’altalena di irrequietezza ed estasi della cinematica Wish, tra passi sostenuti che si fanno modernamente Suicide come nella vecchia rilettura di Ghost Rider («I got one more wish before I die») e aperture romantiche alla Julee Cruise («Cherie your eyes»), tra new wave super dark e dream pop con archi al miele: le tende si aprono e troviamo una musicista mai così in controllo del suo potenziale e al tempo stesso affrancata da ogni limitazione, da ogni ingombrante paragone, per quanto gli spettri di Cave e della generatrice-di-mondi PJ Harvey di To Bring You My Love continuino a volteggiare nell’aria. Perché quelle di Anna Calvi sono canzoni rosse, di cuore, spine e sangue, di sacro e profano. Lo sono sempre state. Hanno bisogno di andare a fuoco, e qui tornano a bruciare.

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