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C’era molta attesa per il secondo album di Anna Calvi, prodotto da John Congleton, scritto nel corso di un anno e registrato in poche settimane tra la Francia e Dallas. L’artista inglese di origini italiane, con l’omonimo debut del 2011 prodotto da Rob Ellis, aveva ricevuto una nomination per il Mercury Prize 2011 e per i Brit Awards 2012, riuscendo a mescolare con irruenza PJ Harvey, l’impeto punk di Siouxsie e languori sparsi wave e post wave (dagli Smiths a Jeff Buckley, passando per Edith Piaf).
Per fortuna la Calvi non ama ripetersi e consegna con One Breath un album abbastanza diverso dal precedente, nel quale l’aggressività è stata in parte sostituita dalla riflessività, mediata da recenti esperienze che le sono capitate. L’attitudine resta inalterata, quel che cambia è il suo approccio musicale, più soft con la voce per esempio, usata anche come uno strumento espressivo, e con un maggiore ventaglio sonoro, si veda l’uso delle tastiere (c’è John Baggott dei Portishead, consigliatole da Brian Eno) e delle chitarre, non più spalmate ma adoperate soprattutto come climax emotivo.
L’album irrompe con fragore (Suddenly, un pezzo che avrebbe potuto essere nel precedente disco), continua sulla falsariga con il primo singolo Eliza – tumultuosa cavalcata rock (su “una donna forte che ricorda la persona che ero e che vorrei che ritornasse“) – ma decelera via via (passando per la wave piena di distorsioni di Love Of My Life) per culminare in Sing To Me, nell’omaggio a uno dei suoi idoli, Maria Callas: una ballad spettrale e ampiamente lirica, a suo modo anche anni Settanta nelle atmosfere “sinfoniche” alla Morricone e la voce alla Goldfrapp, che nelle intenzioni paga pegno anche al compositore John Adams, indicando uno dei futuri musicali possibili per la Calvi. La title track procede nella stessa linea di grandeur, per finire con la delicata e eterea The Bridge e così chiudere il cerchio.
One Breath, nelle parole dell’autrice, rappresenta un turning point, “il momento in cui tutto sta per cambiare e ci si sente sospesi sull’orlo di qualcosa“, come canta nella title track, “la sensazione di stare per aprirsi che terrorizza ma dà anche forza perché si avverte la speranza“. Quindi la voglia di uscirne che si fa strada su tutto: la personalità della Nostra, ancora una volta, è la sua forza. Non tutto nell’album funziona allo stesso modo, qua e là si avverte incertezza sulla strada da prendere, ma si è fatto un altro passo avanti verso una maggiore personalizzazione.
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