Recensioni

6.6

I servizi streaming hanno aumentato a dismisura la scelta d’ascolto (e con essa l’effetto long tail), ma hanno anche inevitabilmente innalzato il livello di concorrenza sia a livello mainstream che nelle nicchie settoriali. In un ambito come quello pop, oggi più che mai per riuscire ad emergere è quindi necessario che tre elementi siano perfettamente allineati: una identità stilistica netta, melodie accattivanti e un carattere che riesca a catturare e mantenere l’attenzione per più di cinque minuti. Proprio queste peculiarità, quasi un anno fa, ci spronarono a dedicare uno spazio destinato a pochi eletti – come quello delle recensioni – alla giovane AURORA, all’epoca fresca della pubblicazione del buon EP d’esordio Running With the Wolves e dei primissimi (ancora timidi) riscontri di pubblico. Il quattro tracce faceva leva su composizioni tanto orecchiabili quanto intelligenti nel trarre ispirazione dalla tradizione scandi-pop (Lykke Li, Fever Ray, iamamiwhoami o Susanne Sundfør) per poi modellarla attorno ad un’attitudine meno seriosa, tra il fanciullesco, l’incantato e il clamorosamente umano. A convincerci ulteriormente è stata la sua esibizione al Green Man Festival del 2015, quando la Nostra è salita sul palco visibilmente infreddolita: un po’ intimorita e chiaramente sorpresa di trovare davanti a sé duecento persone nonostante la pioggia, la diciannovenne proveniente dai magici territori dell’Hordaland ha ammaliato tutti, dai tanti bambini presenti (divertiti dalle bolle di sapone che la norvegese inseguiva come se fosse una loro coetanea) fino agli adulti, rapiti da tanta contagiosa e armoniosa semplicità.

Mese dopo mese AURORA, in modo silenzioso e mai invadente, ha guadagnato visibilità sfiorando prima la top10 inglese con la cover di Half the World Away (brano degli Oasis contenuto nel singolo Whatever), e poi arrivando all’esordio lungo All My Demons Greeting Me as a Friend con numerosi riflettori puntati addosso. All’interno dell’album, ad un anno di distanza Runaway continua ad essere una stand out track inattaccabile sotto parecchi punti di vista, Conqueror è il classico diversivo uptempo e sbarazzino realizzato più per scopi commerciali che per altro, mentre Running with the Wolves acquista spessore inserita in un contesto che suona come un continuo dialogo con la natura, tanto che la stessa metamorfosi kafkiana rappresentata sulla copertina riassume perfettamente l’immaginario magico in cui si muove AURORA, dove la farfalla è intesa sia come elemento faunistico che come simbolo di libertà e purezza.

La tracklist alterna momenti più riflessivi a momenti tipicamente da spot tv, ma è probabilmente ancora presto per pretendere dalla norvegese materiale del tutto maturo – e per certi versi complesso – come quello targato Bat For Lashes: croce (per i palati più pretenziosi) e delizia di All My Demons Greeting Me as a Friend è infatti una perenne aura infantile e innocente che la nostra difende a spada tratta quando canta «I would rather feel this world through the skin of a child», «I would rather feel alive with a childlike soul» nella celestiale Through The Eyes Of A Child. Il dosaggio delle parole gioca un ruolo importante all’interno di un disco che già dal titolo, tra una metafora e una allegoria, riesce costantemente a ricreare immagini agrodolci («I fall asleep in my own tears» in Warrior).

In ottica radiofonica, AURORA è melodicamente impeccabile quanto Lauren Mayberry dei CHVRCHES sul versante synthpop o le First Aid Kit sul versante folk: è tutto molto funzionale e le sequenze di note suonano azzeccate fin dal primo ascolto. Solamente alcuni episodi più anonimi (Lucky, brano che non avrebbe sfigurato all’interno del repertorio inglese di Elisa) e fiacchi (Home), così come alcune scelte non del tutto condivisibili (la cassa dritta nel chorus vagamente Florence & The Machine di I Went To Far) che rischiano di sfociare nello stucchevole, impediscono all’album di ambire al titolo di grande album pop.

A livello commerciale All My Demons Greeting Me as a Friend andrà bene ma non farà sfracelli: il destino è quello di un buon prodotto che va a posizionarsi in un ampio quanto grazioso non-luogo di mezzo: ancora candido e troppo poco “tamarro” per incontrare i favori della fetta più abbondante del pubblico e, al contempo, insufficientemente coraggioso ed eccessivamente diretto per trovare pieno consenso in contesti simil-alternativi.

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