Recensioni

Dopo due lungometraggi fondati sull’impegno politico, umano e sociale (il documentario XIII emendamento e il semi-biopic su Martin Luther King, Selma) Ava DuVernay è diventata la prima donna di colore ad avere a disposizione un budget colossale per la realizzazione di quello che nelle intenzioni della Disney avrebbe dovuto essere un grande blockbuster per famiglie, impostato sui temi della diversità, dell’uguaglianza e della comprensione: Nelle pieghe del tempo. Tuttavia, delle pagine dell’omonimo romanzo di Madeleine l’Engle – quello sì vero anticipatore di tempi e intercettatore di scomode verità – resta solo la copertina patinata, perché l’immaginario fantasy ricostruito dalle visioni della DuVernay non appare mai né affascinante né tantomeno suggestivo, soprattutto a causa di un’identità multiforme e figlia di diverse ispirazioni ibridate insieme senza molta coerenza.

Così, nel corso del viaggio intrapreso dall’adolescente Meg – coadiuvata dal fratellino Charles Wallace e dal compagno di scuola Calvin – fanno capolino un po’ troppo frequentemente retorica, gusto black un po’ kitsch e in definitiva posticcio, e un buonismo più figlio degli anni Cinquanta che realmente rapportabile al contemporaneo. Con una storia costruita a misura di bambino di questa portata ci si aspettava che la Disney avesse facoltà di poter realizzare un blockbuster – o perlomeno l’ennesimo classico – da ricordare negli anni, invece spreca in maniera grossolana ed evidente un potenziale enorme per allinearsi troppo in fretta ad attualità finora ambigue come lo sono i movimenti anti-abusi sorti negli ultimi mesi (vedi Time’s Up e #MeToo, che oltre all’efficacia benefica dei loro interventi non sono stati esenti da critiche asprissime e paragoni regressisti modello “caccia alle streghe”). La DuVernay – che per dirigere questo lungometraggio ha rinunciato al ben più fortunato Black Panther – dimostra di non essere a suo agio con la creazione di mondi immaginari altrui e di possedere una scarsa padronanza nella rielaborazione di uno stile vicino ai temi a lei più cari e che contraddistinguono la sua filmografia (la lotta di classe, la discriminazione razziale tout court): per dire, siamo lontani anni luce da un Tim Burton che fa suo il Charlie della Fabbrica di Cioccolato di Roald Dahl o persino dal Brad Bird che con il suo consueto ottimismo carico di malinconia dipingeva il pur non riuscitissimo mondo di Tomorrowland.

Se sul lato tecnico non si avvertono grosse falle (voce a parte un montaggio raffazzonato e assassino), è il lato artistico quello che manca totalmente il colpo. La sceneggiatura di Jennifer Lee (già dietro i successi di Frozen e Zootropolis) è talmente didascalica e prevedibile da risultare indigesta, così come non appaiono mai credibili i personaggi principali, sia i giovanissimi che le più esperte figure di contorno (Oprah Winfey, Reese Witherspoon, Mindy Kaling e Zach Galifianakis sembrano più delle parodie involontarie di loro stessi a causa di una recitazione costantemente sopra le righe in modo ingiustificato); a salvarsi i soli Chris Pine e Gugu Mbatha-Raw, coppia di scienziati credibile e distrutta dall’amore. Per il resto, il film soffre maggiormente di bruschi cali di ritmo, dovuti a un montaggio schizofrenico che cozza con la struttura elementare della storia, basata su tre grossi blocchi narrativi, tanto che se escludessimo del tutto le parti dove troviamo in campo le tre guide ultradimensionali potremmo addirittura trovarci dinanzi a un altro bizzarro episodio di Black Mirror con un repentino cambio di tono in stile new age. Ma questa sì che sarebbe davvero fantasia.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette