Recensioni

Messa da parte l’ormai lontana Harlem Shake, risalente al 2012, e un debut album non proprio memorabile come Aa, Baauer, ovvero il newyorchese di origini portoghesi Harry Bauer Rodrigues, torna con un lavoro che dalle collaborazioni e i featuring blasonati si concentra sulla sua immaginazione e sul personale bagaglio di ascolti raccolti nell’adolescenza.
La nota stampa parla del tentativo da parte del producer di «mescolare la dance con cui è cresciuto (Fatboy Slim, The Chemical Brothers, Basement Jaxx, Daft Punk) con pop e hip-hop moderni». Sicuramente Baauer ha anche ascoltato tanto altro oltre ai suoi riferimenti giovanili, e pensiamo ai ritmi caraibici così come alle produzioni sperimentali del catalogo Warp, fino alle eccentriche rivelazioni degli Amnesia Scanner. Forse ai loro scenari apocalittici è ispirata «l’immaginazione di un film hollywoodiano di fantascienza e l’apparizione di una nuova società sulla Terra», di cui si legge sempre nel comunicato di lancio del disco. Ma, alla base di Planet’s Mad, non ci sono manifesti accelerazionisti o concetti socio-politici, soltanto la voglia di Baauer di far scatenare strane ed eccentriche creature a Times Square, mentre lui è impegnato a creare beat. È questo il soggetto del videoclip della title-track, traccia che esprime il portato dance massimalista dell’intero lavoro con un riff rockeggiante in apertura e una violenta tensione electro, condita da percussioni latine.
Anche Yehoo sembra richiamare le origini portoghesi di Harry Bauer Rodrigues, che si rifà alle sonorità kuduro figlie del meticciato di Lisbona: è una festa colorata e accelerata per il Bala Club, trascinata da vocal stralunati e fiati esotici, una bombetta sicuramente travolgente così come si sculetta violentemente sul banger Reachupdontstop, dove la carica ritmica viene impreziosita da build up immaginifici e futuristi. E si continua in cassa dritta con l’esplosiva Hot 44, treno tra techno e big-beat in veloce picchiata sulle gambe mentre con Aether Baauer il Nostro fa incontrare creativamente bass music, EDM ed evoluzioni jungle in atmosfere apocalittiche.
Lascia spazio anche a un ascolto più immersivo e visionario, il musicista, con Planck, dove suoni traslucidi aprono a un’epicità fatta di beat trap e archi digitali che ritroviamo anche nella più cupa e tenebrosa Magic, avvolta da scariche electro spezzate e polverose. I suoni vitrei e distopici di Oneohtrix Point Never accompagnano la ballad soul androide di Home e la vorticosa Group, ma si tratta di pezzi un po’ di maniera. La vera carica dell’album è, come descritto, negli episodi dancefloor, nella folle evocazione di un rave in uno scenario iperreale, dove tutte le tendenze musicali orientate alla perdizione, dal big-beat degli anni Novanta alle più recenti proposte tra trap e ritmi caraibici, sono portate all’esagitazione.
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