Recensioni

7.3

Proprio bravi i Band Of Skulls. Arrivati al terzo album in meno di cinque anni, la band inglese, con Himalayan, conferma tutte le belle cose fatte vedere con il precedente Sweet Sour, andando a migliorare praticamente sotto tutti i punti di vista. Blues rock fatto come si deve, quello della cricca dei teschi, che se in parte può richiamare la proposta dei Black Rebel Motorcycle Club degli esordi, ha in realtà come pilastro portante il martello degli dèi Led Zeppelin e lo stoner creolo dei Queens Of The Stone Age, a cui i Nostri strizzano l’occhio (Brothers and Sisters) senza scimmiottamenti o paraculaggine.

Il cambio di produttore – si è passati dall’ottimo Ian Davemport all’ancor più bravo Nick Launay, già dietro ai mixer di Arcade Fire, Yeah Yeah YeahsNick Cave & The Bad Seeds – ha dato alla band ulteriore spinta, donando a un sound già bello quadrato e robusto ancor più muscoli e nervi, che si sa non guastano mai. Il muro sonoro eretto dal trio di Southampton è veramente notevole, capace di resistere alle spallate di brani come Toreador, Asleep At The Wheel – scelto come singolo apripista – e Hoochie Coochie che, anche se non brillano per originalità, portano in dote riff e ritmiche caustiche e distruttive. Scusate se è poco. Anche le ballad Cold Sweat e Nightmares, dominate dalla voce della sempre brava Emma Richardson, convincono in pieno, dimostrando una maturità compositiva invidiabile. 

Album migliore della discografia del gruppo, Himalayan è granitico e impervio proprio come la catena montuosa da cui ha preso il nome. Se i Band Of Skulls continueranno a percorrere questi sentieri anche nei prossimi lavori, ne sentiremo ancora delle belle.

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