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Ben Frost è un personaggio elusivo – uno di quei personaggi sempre tesi a rivelare ben poco di sé, se non attraverso la propria musica, immergendocisi, quasi svanendoci dentro: d’altronde il suo cognome, Frost, riconduce a quell’elemento di glacialità perpetua che caratterizza il suo body of work, un qualcosa che il Nostro pare aver appreso da numi tutelari antecedenti, ma che in un certo senso è segnato, come una sorta di destino, nella sua identità. È una traccia indistinguibile che lega il musicista australiano al proprio percorso esplorativo, che parte dalla terra madre ed arriva in Islanda, passando per il Congo, terra fertile in cui l’artista ha confutato i propri (pre)concetti dando vita alla sua opera verosimilmente più ambiziosa, quell’A U R O R A del 2014 che lo pose al centro di una mappa ideologica legata a certa elettronica di ricerca.
Ebbene Frost ora se ne esce a sorpresa con l’EP Threshold of Faith frutto di una “sessione estiva” presso i celebri Electrical Audio di Steve Albini; la prima immagine fornita dall’ascolto di questa sua ultima fatica è quella di un ghiacciaio che si scioglie: è forse questo l’ultimo rovesciamento ideologico del percorso creativo dell’australiano, un’inversione di rotta che riporta Frost ad un maggior controllo della propria materia – mentre prima vigeva la perdizione, un’etica quasi permissiva secondo la quale era la musica a dover mutare e svilupparsi “biologicamente”, senza alcun tipo di controllo remoto, adesso è la mano artigiana di Frost a delinearne i contorni, con il prezioso ausilio del buon Albini che, come un rabdomante, rintraccia le fonti sonore e le indirizza, le incanala in maniera ponderata.
“Umano, troppo umano”, direbbe qualcuno, ma non è di sicuro un capriccio fine a sé stesso tirare in ballo le teorie e gli aforismi nietzschiani, il cui spettro si abbatte prepotentemente su questo Threshold of Faith: l’opera si pone come una fredda (appunto) analisi sullo stato attuale dell’ambiente, una cronaca disillusa costretta a venire a patti con l’antropocene, col fatto che ogni cosa in natura è ormai stata corrotta, sporcata dal tatto pesante dell’uomo, rassegnandoci di fronte all’impossibilità di trovare elementi vergine, intonsi ed esenti da quest’inevitabile sortilegio. I ventisette minuti dell’opera narrano in maniera cruda ed elegante di questo disfacimento programmatico: l’EP si apre con il respiro meccanico della title-track, snodandosi poi attraverso uno storytelling spettrale, a tratti sinistro, nei suoni e nelle intenzioni – dalle vibrazioni dark ambient di Eurydice’s Heel/Hades, che cita il celebre e tragico mito, per arrivare ai cortesi, pacati tocchi cristallini della nenia tanto quieta nei toni, quanto brutale nel titolo di All that you Love will be Eviscerated (qui proposta in due versioni, anche in quella rimaneggiata dal producer afroamericano queer Lotic), passando per il frenetico tritacarne power-electro di The Beat don’t Die in Bingo Town.
Threshold of Faith non si pone come la summa dell’opera frostiana, ma rappresenta per il producer un decisivo passo di lato rispetto all’albero genealogico in cui si è inserito, tra madrine legate a un antico ma mai obsoleto credo new age (Kaitlyn Aurelia Smith), un cugino (a detta dello stesso Frost) ben più a suo agio nelle oscure spire del caos sonoro (Tim Hecker), sorellastre incestuose che flirtano con la sua poetica mutandone però l’aspetto (Laurel Halo) e padrini severi ma accondiscendenti (Oren Ambarchi, Fennesz). Sta al buon Ben scegliere se proseguire su questo percorso impervio o continuare a immergere i suoi tratti nel liquido vischioso del suono, disperdendo ogni traccia di sé.
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