• Set
    15
    2017

Album

Southern Lord

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Nel 2015, la label di culto Southern Lord pubblicò un album ambizioso, che si poneva come tacito obiettivo quello di scuotere le nerborute fondamenta del doom metal, partendo dal sottosuolo, da vibrazioni telluriche figlie di escursioni droniche e ritmi funerei – tutti tòpoi già affrontati nell’oscuro ed obliquo storytelling della musica di Belzebù, pur legati tra di loro in un’architettura sonora che lasciava intravedere una grande sensibilità artistica ed una componente emotiva quasi ingombrante, nonché una cura per la dinamica sonora quasi cervellotica: Au de La era il luciferino diktat con cui tre loschi figuri, i BIG | BRAVE, annunciavano la loro discesa sulla terra, trasfigurando in musica l’essenza eterea e materica al tempo stesso dell’aldilà.

Quello fu anche l’anno del ritorno dei Sunn O))), considerati quasi all’unanimità come il cacodemone per eccellenza nel sulfureo ecosistema del doom, nonché appunto la bocca di fuoco più luminosa dell’etichetta di Seattle: se il loro Kannon celebrava il potere salvifico della catarsi e della redenzione divina, la seconda prova in studio dei BIG | BRAVE tracciava coordinate opposte, iniettando di dostoevskijano nichilismo le fitte e perniciose trame del loro personale oltretomba. Da allora, il deus-ex machina e demiurgo del feedback Greg Anderson ha preso i tre oscuri individui sotto la sua cappa di velluto, tanto da andare a scovarli in quella selvaggia porzione di Canada che ancora non si è piegata (o almeno, non del tutto) allo strapotere della lingua anglais; i BIG | BRAVE sono stati infatti la prima band proveniente dal Quebec a stipulare un contratto con il diavolo in persona: è così, con lunghi tour a supporto dei Sunn O))), che la band del percussionista e polistrumentista Louis-Alexandre Beauregard e della frontwoman e bassista Robin Wattie ha accresciuto la propria (effimera) notorietà nei salotti oscuri e umidi del metal d’avanguardia.

Ecco quindi spiegata la grande attesa per questo terzo lavoro, già capace di attirare l’attenzione durante le blindatissime sessioni di registrazione. I BIG | BRAVE sono tanto debitori verso i propri santi pagani, come Earth e Boris, quanto affascinati da creature a loro simili quali Swans e Godspeed You! Black Emperor, di cui uno dei principali compositori e membro storico del collettivo, Thierry Amar, vede e provvede, allunga i suoi tentacoli su un contrabbasso che più basso non si può, per contribuire a rendere la già densa pasta sonora un blocco di pece e malefica melassa. Ma è nella produzione perfettamente equilibrata, affidata ad un altro efficiente e valido cerusico del suono, quel Radwan Ghazi Moumneh (Jerusalem in My Heart) che ha reso grandi anche i connazionali Suuns (altro perfetto esempio di come il male e l’iniquità non abbiano coordinate sonore), che Ardor mostra il suo lato più luminoso (si fa per dire), e legittima il suo maelstrom sonoro, una steppa in cui secche radici di drumming mantrici colpiscono con efferata brutalità e precisione, e l’unica cosa più vicina alla tiepida luce solare d’inverno è la voce ansimante, acuta o ambigua all’uopo, di Robin Wattie, da molti accostata (con poca cautela, a parere del sottoscritto) a quella della regina Björk.

L’opera è tanto spaventosa e monolitica quanto fluida, suddivisa in tre macro-movimenti (SOUND, LULL e BORER) che, in poco più di una quarantina di minuti, si distendono (senza però rilassare l’ascoltatore) e si irrigidiscono come un muscolo in costante sforzo, toccando tutti i prismi del post metal e, forse, gettando un velo di labile luce sulla potenziale evoluzione del genere. Ardor è un album granitico ed ambizioso che non perde, durante il suo running time, neanche un grammo della sua intensità. Il male è tornato.

16 Settembre 2017
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