Recensioni

Sei anni sono stati necessari a Bill Callahan per metabolizzare, meditare, concepire e partorire quella specie di monumento schivo e fragrante di Shepherd in a Sheepskin Vest, il doppio album che lo scorso anno lo vide tornare sulle scene. Un Callahan nel frattempo divenuto marito e padre, la cui calligrafia si era ormai definitivamente smarcata da quella specie di Lanegan appena più guitto e letterario che apprezzavamo ai tempi di Smog. In un certo senso, il buon Bill con Shepherd ci ha fatto capire una volta per tutte d’essere innanzitutto un narratore, uno con le storie tra il cuore e la gola, lasciate frollare in un brodo sonoro capace di pescare dalla tradizione folk blues solo per metterne in evidenza la polpa anomala, oppure (forse) intossicata dall’impasto storto del presente.
E siamo al presente: passato poco più di un anno (quindici mesi, per la precisione), non può che stupire la comparsa di un successore, anche se particolare come questo Gold Record. Dieci pezzi, perlopiù acustici e posizionati tra coordinate country-folk e blues, prima fatti uscire a cadenza settimanale e quindi raccolti in un lavoro che ascolto dopo ascolto si rivela coeso, denso anche se stranamente rilassato. Sembra quasi di avvertire il passo blando degli esercizi defatiganti, salvo poi un attimo dopo rimanere schiacciati dalla forza incandescente di un’intuizione, di un verso, di una perturbazione, filamenti che una volta intrecciati compongono un arazzo diafano eppure potente.
La voce come sempre – però mai come oggi – si srotola in primissimo piano, quel vocione placido che sbuffa come una pentola piena di umanità dimessa, visioni sanguigne e brandelli di cinismo vago, quel canto che si è appena lasciato alle spalle un parlato caldo e aromatico, quelle melodie ariose ma riluttanti, sbocciate tra i tumulti di ieri e la rassegnazione di domani. Prendete Breakfast, col suo quadretto domestico così minimo e terribile, il passo soffice e cremoso da Tim Hardin coniugato Lambchop, quel modo di condensare la fine di un amore in due versi come “And she’s been leaving like a sun tan/Ever since the sunset began”. Impossibile non pensare alla relazione naufragata con Chan Marshall aka Cat Power, a cui si ispirava del resto Let’s Move to the Country, unica traccia rivisitata in scaletta (l’originale era in Knock Knock del 1999). Ma sarebbe sciocco chiudersi in certi angoli autobiografici, non fosse perché qui il collasso tra privato e universale (come tra veridicità e fantastico) è costante, una carrellata di sketch che squarciano l’ordinario gettando uno sguardo insolito sul quotidiano, come fa il guidatore di limousine di Pigeons impegnato ad accompagnare sposi ed elargire consigli sul matrimonio (notare bene: il pezzo si apre con uno sconcertante “Hello, I’m Johnny Cash” e si chiude con un “Sincerely, L. Cohen”, così tanto per chiudere allusioni, cerchi e dimensioni espressive) .
Ogni racconto/canzone è quindi una specie di indagine nel buio del presente, uno scrutare dietro le facciate luminose, un oltrepassare le soglie per registrare la presenza dell’indicibile, del non-rappresentabile, come quella The Mackenzies che ciondola aromatica fin dentro la casa di due anziani vicini rivelando con lirismo obliquo degno di Cheever il loro struggente segreto. Oppure si prenda la meditazione sulle occasioni e sui rimpianti di 35 (“’Cause when I looked out back/The road was pulling out so soft, fast and black”), con quegli arpeggi angelici posati su un brontolio percussivo cupo (facendoci rimpiangere, appunto, il Lanegan che non è stato dopo Field Songs), o ancora e soprattutto la conclusiva As I Wander per la lucidità disarmante con cui riflette sul senso del raccontare e fare musica, tenuto conto dell’attrito agrodolce col quotidiano, della ritrosia dell’ispirazione (“The clarion call can get trapped in a horn in a case beneath the bed”), ma anche dello sfarfallio magico delle intuizioni (“It’s times like these/That the forces at work begin considering me/As the link between death and dreams”), il tutto mentre tromba e sax pennellano umori jazz sabbiosi tra inattese particelle albioniche.
È bello pensare che sia ancora lecito attendersi da un disco la capacità di metterti all’angolo e costringerti a rifare conti che pensavi di avere risolto, o che credevi di poter ignorare. Come questo sia possibile, è una specie di mistero. Non esiste una formula, almeno non credo. Di certo aiuta sbilanciarsi sugli steccati tra i generi, giocare con le discipline, forzare i confini tra i linguaggi e sincronizzare le rotelle di meccanismi così lontani così vicini. Aggirarsi, ad esempio, nella terra di nessuno tra un testo e un racconto, tra un verso e un’inquadratura, senza paura di perdersi perché più forte è il brivido dell’invenzione, della slogatura espressiva che chiede molto all’ascoltatore e molto sa di poter dare. Di certo aiuta essere un autore fantastico come Bill Callahan.
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