• nov
    02
    2018

Album

Domino

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Spesso tendo a mettere in secondo piano i percorsi solisti di ex-componenti di band famose. Troppo poco l’interesse verso progetti che il più delle volte non aggiungono nulla di nuovo e, parallelamente, troppe le altre uscite – perlomeno – altrettanto meritevoli. Con Bill Ryder-Jones invece vado sempre sul sicuro: l’ex-chitarrista dei The Coral (per i più “quelli di Dreaming of You o di In the Morning“) ha dimostrato di volta in volta di possedere un gusto unico nel ricercare e nel trovare quel punto di contatto tra melodia e malinconia che ancora oggi è in grado di toccare le giuste corde emozionali. Ci è riuscito con l’opera prima If… su binari modern classical tinti di folk, e ci è riuscito – sempre a testa bassa ma con soluzioni più vicine alla pop-rock song – con il West Kirby County Primary di tre anni fa.

Nuovamente con una quantità di riflettori puntati addosso decisamente esigua, l’ancora giovane (trentacinque anni) musicista del Merseyside pubblica – sempre per la fidata Domino – il quarto album Yawn. Parliamoci chiaro, non c’è nulla di particolarmente stimolante o di particolarmente contemporaneo nella proposta di Bill, ma ogni volta riesce ad allontanare tutti gli scetticismi del caso (facile la battuta sul fatto che un certo tipo di ballad letargiche possa far sbadigliare l’ascoltatore, ad esempio) e a regalare brani piacevoli e ben scritti.

Polistrumentista e anche produttore (sui dischi di The Wytches e Hooton Tennis Club), in Yawn l’inglese fa praticamente tutto da solo (escluso il missaggio affidato a Craig Silvey), immergendosi in un songwriting dalla grana intimista tratteggiato da scelte strumentali che sembrano provenire dalla stagione d’oro dello slowcore più distorto (i Sean o i Bedhead) o dei tre grandi Mark (Linkous, Kozelek e Eitzel) e, più in generale, dall’alternative rock più disilluso e loser-friendly dei 90s. A emergere è una quasi costante alternanza tra momenti tanto placidi quanto sussurrati e catartiche ed abrasive detonazioni che si diramano o in grandi chorus d’altri tempi (il «my mistrust, my mistress, takes me home again» di And Then There’s You) o in progressioni da grandeur post-rock (Mither), quando non addirittura noise-rock (There’s Something On Your Mind). Nei momenti più docili gli accompagnamenti acustici vengono arricchiti – in modo mai invadente – da archi (violoncello in particolare) che donano un mood decisamente autunnale ad un lavoro da ascoltare con le gocce di pioggia che si adagiano lentamente sulla finestra. Bill Ryder-Jones mette a disposizione il proprio talento a 360° (composizione, storytelling, arrangiamenti e diavolerie da studio) per un album pacato e maturo (seppur lievemente monocorde).

8 novembre 2018
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