Recensioni

7.5

Undici settembre 2017: sul palco del Locomotiv Club di Bologna salgono sei nerd di Cambridge che per quaranta minuti scaldano l’atmosfera – nell’attesa dei Beach Fossils – con un dissonante, grezzo ma articolato incrocio tra Birthday Party, The Fall, kraut e no wave. Si chiamano Nervous Conditions, sono promettenti, originali e free-form, da lì a poco però il frontman Connor Brown viene accusato di molestie sessuali e la band si scioglie. Dalle ceneri dei Nervous Conditions nascono – con il chitarrista Isaac Wood nel ruolo di frontman – i Black Country, New Road semplicemente una delle formazioni più chiacchierate dell’ultimo biennio, appartenente a quel giro South London della Speedy Wunderground/Windmill Brixton che da qualche tempo sta mutando le coordinate del post-punk (e non solo) inglese, grazie a band come Black Midi, Squid e, appunto, BCNR, scena approfondita all’interno del nostro articolo “nuova linfa post-punk nella scena inglese”.

All’epoca scrivevamo che i Black Country, New Road sembravano in procinto di esplodere (forse addirittura più dei Black Midi) e lo facevamo con due soli brani a disposizione: Athen’s, France, traccia impregnata di palpabile tensione anche nei momenti più distesi (nei quali viene anche citata paro paro Motion Sickness di Phoebe Bridgers, «why do you sing with an English accent? I guess it’s too late to change it now»), e Sunglasses, uno dei brani post-everything più incredibili dell’ultimo decennio. Uno sconnesso stream of consciousness di nove minuti in cui Wood recita (con il proprio, ansioso, spoken vagamente teatrale) frasi che sono ormai diventate di culto tra i seguaci («Welcome to the best new six-part Danish crime drama», «And I am so ignorant now, with all that I have learnt», «Just fuck me like you mean it this time, Isaac. Buy me dinner, meet my parents», «I am invincible in these sunglasses. I am the Fonz, I am the Jack of Heartss») in una narrazione post-moderna che flirta con la pop culture («I’m modern Scott Walker», «Leave Kanye out of this») riuscendo a strappare anche qualche sorriso. Non da meno il comparto musicale che frulla il post-rock dei collettivi anni Zero (fondamentale in questo senso il violino di Georgia Ellery, metà dei Jockstrap), le angolazioni degli Slint e le sfuriate jazz/no wave disegnate dal sax di Lewis Evans.

L’anno seguente è stato caratterizzato da un assordante silenzio che non ha fatto altro che aumentare l’hype nei confronti del BCNR. Silenzio interrotto solamente nell’ottobre del 2020 da Science Fair, nuovo brano e nuovo centro pieno nel suo essere spiazzante e differente rispetto alle due tracce precedenti ma allo stesso tempo non privo degli elementi cardine della proposta della band. Una prova del nove dell’immensa creatività di Wood e compagni che anche in questo caso non perdono l’occasione per infarcire il flusso in spoken di riferimenti geek (chi mai scriverebbe una canzone sulla Cambridge Science Fair??), musicali («And fled from the stage with the world’s second-best Slint tribute act») e di quei contorni torbidi intarsiati di ironia («I saw you undressing. It was at the Cirque du Soleil») presenti anche in Athen’s, France e Sunglasses. Anche nei sei minuti di Science Fair emerge il fondamentale apporto ritmico del batterista Charlie Wayne, qui con un groove secco (che può ricordare certe cose di Philip Selway dei Radiohead) che sorregge l’ossessiva ripetitività del basso di Tyler Hyde (figlia di Karl Hyde degli Underworld). Ed è proprio attorno al concetto di ripetizione ciclica tanto caro al minimalismo di Steve Reich che ruota Track X, quarta traccia pubblicata dagli inglesi (manco a dirlo, altri cinque minuti scarsi praticamente impeccabili) che spezza la circolarità degli arpeggi solamente in un paio di pseudo-ritornelli (o meglio soavi cori femminili). Qui la frase culto è «I told you I loved you in front of Black Midi» ed è proprio questo continuo citare colleghi e amici in deliranti monologhi densi di lirismo a delineare un filo conduttore tra questi ventenni della generazione Z e la beat generation.

Quando è stato annunciato l’album d’esordio For the First Time la prima cosa che saltò agli occhi fu che la tracklist comprendeva solamente due tracce (Instrumental e Opus, rispettivamente primo e ultimo brano in scaletta) oltre alle quattro già edite. In realtà sia Athen’s, France che Sunglasses sono state registrate nuovamente (live, come il resto dell’album, con l’aiuto di Andy Savours), per l’occasione con alcuni elementi rivisitati (l’intro di Sunglasses ad esempio ma anche alcune parti del testo) e ri-bilanciati per risultare più coesi con il resto dell’album. Sono meglio o peggio? Difficile dirlo, anche se personalmente ero talmente affezionato alle versioni precedenti che ci vorrà un po’ di tempo per apprezzare pienamente i cambiamenti. Gli inediti Instrumental e Opus sono due brani in cui emerge in modo piuttosto netto il background klezmer della Ellery, due brani in cui le componenti prettamente post-punk sono praticamente impercettibili, tanto che a questo punto includere i BCNR all’interno del calderone post-punk inglese risulta fondamentalmente errato: è avant music che flirta con il post-rock, l’impro-jazz e la tradizione in una formula in cui violino e sax sono importanti tanto quanto chitarra e basso. Altro aspetto interessante da non sottovalutare: l’album non esce per una qualche etichetta legata al mondo indie/rock ma per la storica ed electronic-oriented Ninja Tune, ed è curioso che un percorso simile lo stiano percorrendo anche i cugini Squid, attesi(ssimi) all’esordio lungo su Warp (Bright Green Field).

Per chi vi scrive For the First Time era l’album of the year preventivo, a scatola chiusa. Aperta la scatola arrivano tante piccole conferme, anche se siamo solo a febbraio e i nomi attesi al varco sono davvero tanti (i sopracitati Squid sono tra questi).

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