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7.2

Freetown Sound come la capitale della Sierra Leone, città dove è nato il padre di Dev Hynes. Già il titolo di questo nuovo capitolo a nome Blood Orange costituisce una chiara e precisa dichiarazione d’intenti. Un disco che parla di sé e del proprio percorso, della propria crescita e della proprie radici, musicali e (soprattutto) non, ma anche della freedom appunto rieccheggiata già nell’etimo della capitale. Essere neri e (quanto?) liberi oggi, conducendo un discorso che rifugge dal massimalismo di un Kendrick Lamar e si (auto)limita ad una dimensione più intima e personale. Dev si toglie gli occhialini tondi e gli orecchini con il Jumpman di His Airness e si racconta, non per uscire dal personaggio ma per mostrarci da dove venga.

Un nodo tematico peculiare e imprescindibile per ben leggere questo lavoro è costituito dal richiamo alla cristianità: lontanissimo dal recente gospel buonista e un poco sempliciotto di un Chance the Rapper o (soprattutto) di un Kanye West, l’approccio di Hynes è più “filologico” e quasi accademico nell’indagare le origini e gli strascichi dell’educazione rigidamente cristiana che costituisce un tassello fondamentale di quella blackness di cui stiamo parlando. Tra citazioni bibliche e rimandi alla storia e alla dottrina di Sant’Agostino, la dotta religiosità di Dev è consapevole e obiettiva, curiosa e (auto)indagatrice, sempre alla larga dai facili eccessi “di pancia” riscontrabili in pezzi come Blessings (dal’ultimo Coloring Book).

Con una premessa del genere, viene ovvio chiedersi se la parte musicale proceda di pari passo con l’impianto concettuale alle spalle di questo lavoro. Abbandonati del tutto i già occasionali rimasugli hip hop del precedente Cupid Deluxe (episodi come High Street con Skepta non trovano qui un corrispettivo), l’intingolo rimane speziato e raffinatamente ben amalgamato: tra soul-pop, pop-funk e tanto r&b, i riferimenti principali di Hynes restano il Michael Jackson post-Bad, Janet Jackson e il Prince più maturo. Da James Brown ai Daft Punk di RAM, l’approccio è quello di un producer messo al servizio dell’autore: con almeno tre pezz(on)i ad ergersi sopra a tutto il resto (Augustine, la sculettante e latamente psichedelica EVB e la bellissima Hadron Collider con una riesumata Nelly Furtado) e nessun cedimento macroscopico – ma anche poche concessioni alla canonica forma canzone – Freetown Sound ha il (buon) sapore di un lavoro a metà strada tra l’album e il mixtape che si erge a manifesto compiuto e definitivo del progetto. E ora?

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