• feb
    04
    2014

Album

Columbia Records

Add to Flipboard Magazine.

Quattro anni fa James Mercer degli Shins e Danger Mousemastermind dei Gnarls Barkley (che torneranno a breve) e uno dei più influenti produttori dell’ultimo decennio, al lavoro con U2, Gorillaz, Black Keys, Beck, Norah Jones e John Cale – diedero alle stampe il primo episodio targato Broken Bells, un onomimo sfizioso album di schegge creative tra psych pop e indie a tinte elettroniche ad alta digeribilità. Un esperimento tutto sommato riuscito, per qualcosa che all’inizio poteva sembrare solo un side project estemporaneo o un vezzo di due eccellenze provenienti da mondi diversi  – celate per l’occasione dietro un nome misterioso e sarcastico (quale suono potrebbero mai emettere delle campane rotte, se non confuso e deforme?) e decise lasciar parlare la musica evitando di comparire sulle copertine (in piena continuità con lo stile degli Shins) – e invece si è rivelato solo l’inizio di una storia che prosegue grazie ad After The Disco.

Spesso i supergruppi o i progetti collaterali di artisti affermati hanno il difetto di promettere troppo e di lasciare l’amaro in bocca, una volta finito il disco (si pensi agli Electronic di Bernard Sumner e Johnny Marr), ma in questo caso la sintesi tra le doti cantautorali di Mercer e il talento del musicista e produttore che lo affianca funziona proprio perché il primo ce la mette tutta per entrare in confidenza con lo stile del secondo, molto più che nell’esordio omonimo. Senza gerarchie, senza smanie da primedonne, senza eccessi: il piatto è più ricco che in passato, eppure tutto sembra anche più “rotondo” e omogeneo. Nelle undici tracce, che scorrono con pochi intoppi, si fondono citazioni disco maneggiate con cura, elettronica dal sapore irresistibilmente vintage – in particolare nei pad anni Settanta, al contempo caldi e vibranti, a volte accompagnati dagli archi – e pop d’alta scuola. Di certo, gli sforzi in studio di Danger Mouse con Bono Vox e compari hanno lasciato il segno nella lunga, ma tutt’altro che faticosa, traccia d’apertura Perfect World, mentre Mercer si lascia andare a giocosi falsetti in puro stile Bee Gees (post-disco) in Holding On For Life, tanto fedeli che istintivamente viene voglia di sfogliare il booklet per cercare il nome di Barry Gibb tra i crediti.

After The Disco è un viaggio a ritroso verso i suoni e le atmosfere dei bei tempi andati, un disco che sotto la patina luccicante e festaiola nasconde un’anima malinconica, a tratti cupa. Un racconto di fantascienza degli anni Ottanta letto oggi – magari dalla misteriosa donna in copertina che ci volta le spalle e che si è appena tolta il casco – in cui immaginavamo cosa saremmo stati e che invece ci sbatte in faccia la cruda realtà: dopo la discoteca, viene tutto ciò che ci lasciamo alle spalle, a partire dalle difficoltà della vita e delle relazioni amorose e non. Un flusso sonoro dolceamaro pronto per essere saccheggiato da Bret Easton Ellis per accompagnare un’altra delle sue storie di yuppies con la striscia di coca già pronta sul comodino, ma che sa sfuggire ai cliché più triti.

D’altronde conosciamo da anni il songwriting del leader degli Shins e la sua capacità di partire da un’idea e svilupparla in modi del tutto imprevedibili. Qui la sua scrittura è più lineare, sebbene riesca ancora a stupire in episodi come Medicine (i Cure che riscrivono Let’s Go To Bed trent’anni più tardi), la frenesia di The Changing Lights, con una strofa per cui Hall & Oates ucciderebbero, e il ritornello appiccicoso di Control che si adagia su una base in forte odore di Billie Jean. Una secca e spigolosa elettronica da videgioco contrasta con effetto la melodia ariosa di Lazy Wonderland (un tuffo nei Seventies ad altezza Bowie, parente alla lontana dell’Elton John di Goodbye Yellow Brick Road) come non accadeva dal David Gray dei primi Duemila, mentre il fantasma di George Harrison aleggia man mano che The Angel And The Fool procede.

Fatta eccezione per il mezzo passo falso di Leave It Alone – un blues glassato, sovraprodotto e interminabile, che forse sarebbe stato meglio lasciare alla fine della scaletta – e la confusionaria The Remains of Rock ‘n’ Roll, After The Disco si rivela una prova più solida e coerente del debutto, un esempio di pop intelligente firmato da due autori consapevoli delle proprie capacità. Mestiere, inventiva, il tutto sorretto da una discreta manciata di earworms per tenerci occupati per la prossima stagione. Manca forse un autentico colpo di genio, ma possiamo accontentarci.

14 Febbraio 2014
Leggi tutto
Precedente
Free Nelson MandoomJazz – The Shape of DoomJazz To Come / Saxophone Giganticus Free Nelson MandoomJazz – The Shape of DoomJazz To Come / Saxophone Giganticus
Successivo
Halls – Love to Give Halls – Love to Give

album

artista

artista

artista

recensione

album

artista

Altre notizie suggerite