• Giu
    12
    2020

Album

Ernest Jenning Record Co.

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Rileggere la musica di Daniel Johnston non è facile. Talmente personale e autobiografica la materia trattata nei testi e talmente irregolari l’estetica (spesso si parla di semplici demo raffazzonati su cassetta) e la scrittura (poco attenta alle ortodossie della composizione e alla pulizia formale), che il rischio è sempre quello di “normalizzare” fin troppo una materia che trova la sua grandezza nell’imperfezione e in una scrittura diretta e senza fronzoli. Lo abbiamo imparato nel 2004, grazie alla preziosa antologia sul musicista The Late Great Daniel Johnston: Discovered Covered, che presentava nel disco dedicato alle cover sia versioni coraggiose e fondamentalmente riuscite (ci vengono in mente, ad esempio, i TV On The Radio di Walking The Cow), sia episodi meno efficaci; ne abbiamo conferma anche in questo caso, con un album tutto sommato godibile e onesto, ma che mostra anche qualche difetto in termini di personalità. 

Ai tempi dell’antologia di cui vi dicevamo, i Built to Spill non vennero coinvolti, cosa che invece è successa nel 2017, quando alla band è stato chiesto di suonare come gruppo di Daniel Johnston per alcuni concerti. E così la formazione di Doug Martsch si è ritrovata a lavorare su poche decine di canzoni del musicista, da utilizzare per comporre la scaletta dei live. Da qui, la voglia di incidere su disco una testimonianza di quel lavoro una volta terminato il tour, cosa che avviene nello studio dell’ex Built To Spill, Jim Roth, ed ovviamente senza Johnston.

La materia trattata, se si escludono titoli come Good Morning You, Impossible Love e Life in Vain, prende in considerazione le seconde file – per lo meno in termini di notorietà – della produzione del musicista di Sacramento, conseguenza immaginiamo anche delle preferenze dello stesso Johnston nel momento di suonarle. I Nostri le rileggono scegliendo una certa “sobrietà” strumentale: basso, chitarra elettrica, batteria, una voce arricchita da uno slapback di lennoniana memoria che non dispiace affatto e niente di più. La conseguenza è che viene esclusa a priori ogni idea di ricerca sui suoni, in undici brani che si limitano a rendere più “indie” la produzione di Johnston, affidandosi davvero al minimo sindacale in termini di arrangiamento.

Del resto, per stessa ammissione del front-man della band, l’incisione del disco inizialmente nasce come un reperto da condividere con pochi intimi o con i fan più fedeli. Aggiungiamo noi che potrebbe essere anche una testimonianza di quanto ascoltato in quelle date di cui si diceva all’inizio, figlia di una scelta consapevole in linea con l’estetica diy (nel suo caso, obbligata) dello stesso Daniel Johnston: insomma, un modo per entrare meglio nel personaggio. La verità, però, è che basta un passaggio per farsi un’idea precisa del disco e due per isolare le cose migliori (ci vengono in mente Tell Me Now, Honey I Sure Miss You e Queenie The Dog): al terzo nasce già qualche sbadiglio, e tutto si trasforma in una questione di rispetto, più che di trasporto emotivo.

24 Giugno 2020
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