• Ott
    08
    2013

Album

RCA

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Né primi né ultimi di una serie di apparenti next big thing che, nella seconda metà degli anni Zero, sembravano poter riportare il rock americano ai fasti di un tempo (Cold War Kids ad esempio), i Cage The Elephant sono finiti fin da subito sulle copertine dei magazine di settore conquistando le classifiche con i singoli Ain’t No Rest for the Wicked, In One Ear e Back Against the Wall.

Era il 2008 e il loro youth-friendly mix di blues-rock, Rolling Stones, Beck e spacconaggine di scuola Red Hot Chili Peppers – nonostante un omonimo disco di debutto non certo fondamentale – mieteva vittime. Dopo un consueto secondo colpo – Thank You, Happy Birthday del 2011 – sotto le aspettative e fin troppo debitore nei confronti della lezione dei Pixies, la band del Kentucky si reinventa per la seconda volta (cambiando nuovamente label), spostandosi in zona stadium nel terzo capitolo intitolato Melophobia.

Attenzione però, zona stadium non raggiunta inseguendo la pomposità più pacchiana (benchè i Nostri siano appena stati in tour con i Muse), ma vissuta con una attitudine di stampo seventies impersonata dall’irrequieto Matt Schultz, sempre più un novello Iggy Pop amante dello stage diving e degli eccessi: Sex, Drugs and Rock & Roll, no?

Il manifesto del disco è chiaramente il singolo di lancio Come a Little Closer, incitamento all’abbraccio collettivo tra la band e le desolate “Ten thousand people” sorretto da un lavoro chitarristico di ottima fattura, keys vagamente psych ed una melodia orecchiabile quanto nostalgica. Effetto nostalgia presente anche nelle restanti nove tracce, caratterizzate da tematiche maggiormente introspettive e nel complesso figlie di una maturità che finalmente inizia a bussare alla porta. Ampi panorami in LSD che sembrano scritti dai Beatles (“I watched the strawberry fields” in Hypocrite) alle prese con attriti bluesy garage-rock dei bestseller Black Keys sporcati dai bicchieri di troppo di mr. Modest Mouse Isaac Brock (il finale di Telescope) o dal cameo borderline di Alison Mosshart (The Kills, The Dead Weather) in It’s Just Forever.

Altrove si fanno largo gli ultimi tributi alla band di Frank Black ed alcune memorie alt/college-rock di fine ’80, mentre la schizoide Teeth – con tanto di fiati freeform – spicca per eccentricità all’interno di una tracklist che è probabilmente quanto di meglio abbiano realizzato i Cage The Elephant fino ad oggi. In un certo senso Melophobia è il disco che non ti aspetti: sebbene con buona probabilità non avrà il successo dei due precedenti, il passo in avanti nella giusta direzione è evidente. Peccato sia ancora presente una palpabile discontinuità compositiva che tende a limitare l’intero operato.

16 Ottobre 2013
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