• mag
    05
    2015

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Meno male che in Italia abbiamo Capibara. Luca Albino, classe 1989, è tra i fondatori di quella White Forest Records che rappresenta (insieme ad altre meraviglie indipendenti come Fresh Yo!, Bad Panda Records e Megaphone) uno dei centri focali intorno a cui si sta finalmente organizzando quella tanto nominata quanto evanescente scena elettronica italiana formata da beatmakers “intelligenti” (definizione odiosa ma necessaria per intenderci) di cui peraltro proprio Capibara è una delle punte di diamante. L’esordio Jordan, ancora fresco di uscita (2014), era un personalissimo e riuscitissimo ibrido di fondamenta hip hop, spastica elettronica, melodie pop e tribaleggiante world music che da subito lo collocava al centro di quel panorama che lui stesso stava contribuendo a creare. Senza perdere tempo ecco quindi, dopo un solo anno (ricalcando il percorso del collega/amico Godblesscomputers), arrivare il secondo lavoro in LP Gonzo, distribuito in free download.

Tirando nuovamente in ballo il progetto di Lorenzo Nada (pur essendo diversissimi nella proposta) potremmo dire che i due sono accomunati dallo stesso fondamentale dono: un sound unico e riconoscibilissimo che li rende immediatamente identificabili. Ma, elemento altrettanto importante, anche Capibara non si accontenta di adagiarsi su una cifra stilistica già consolidata. Gonzo è infatti un disco profondamente diverso da Jordan, come lui stesso ha ben spiegato nell’intervista rilasciata a SA. Ispirato all’apparente schizofrenia di un gatto squilibrato, il secondo lavoro su lunga distanza di Capibara è un album oscuro, primitivo, più tribale e ritmico di Jordan. C’è meno pop in senso tradizionale, ma ancora più groove, consapevolezza e autoironia. Coeso senza minimamente essere monocorde, l’album va da una TVMBLR GVRL a metà tra hip hop e Animal Collective al latin-gangsta di Djmb Maldonado su base dancehall (quasi reggaeton) di Bakano, dalla tamarrissima e irresistibile Septum (con feat. di Sgamo) alle suggestioni witch house di MATALA HURRA, fino alla «preghiera tribale fatta techno sperimentale scura» Camel Hight (feat. Petit Singe), lungo viaggio allucinato sotto un sole oscuro che potrebbe benissimo essere uscito dall’ultimo Sun and Violence degli Heroin in Tahiti. Perla tutta da scoprire anche la conclusiva title-track, sbilenco pastiche assolutamente trascinante tra ritmiche tribali, cineserie alà Chinese Man e fisarmoniche da riviera romagnola (!).

Gonzo è un disco fuori da qualsiasi logica o genere (Hip hop? Ghettotech? Dancehall sperimentale, come lui stesso l’ha scherzosamente definito?), spastico e psichedelicissimo, acido e quasi epilettico nella sua incontrollata bulimia sonora, sicuramente tra le cose migliori prodotte fin qui da un 2015 di elettronica italiana tutto da incorniciare.

19 Maggio 2015
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