Recensioni

8

Un disco per il quale è stata prodotta una montagna di musica per un periodo decisamente lungo. Ben 900 quadretti sonori che si sono trasformati in canzoni. Canzoni che chissà quanti giri avranno fatto per finire nella scaletta definitiva che ne conta 12 per un minutaggio di 43 minuti. Canzoni che non sono mai arrivate a poter esser definite tali, bozze immediatamente scartate, oppure prese, rivedute e riprese ancora. Viceversa, brani praticamente finiti e che, a forza di prove e sbagli, sono stati scomposti e in seguito ricuciti assieme. E mentre Dan produceva musica a ogni sacrosanta ora del giorno con il trasporto e l’ossessione di sempre, nei sei anni che separano il precedente Our Love da quest’ultimo, la sua famiglia ne ha attraversate di belle e soprattutto di brutte, e così il mondo è cambiato, e non poco. I titoli azionari per cui Dan e gli amici Kieran e Sam hanno speso i loro booking migliori, hanno chiuso al ribasso, altri si sono imposti sul mercato. Emblematico, dunque, che l’album uscito da questo mulinello di correnti finanziarie, creative e stilistiche s’intitoli Suddenly. “Suddenly”, ovvero “all’improvviso”, come “quel qualcosa che non t’aspetti eppure accade”. Suddenly, per dire dell’imprevisto, di quel qualcosa al di fuori del nostro controllo e che, nello specifico, è accaduto a uno o più cari della famiglia di Snaith, cambiandone inesorabilmente gli assetti.

Per Caribou, che negli ultimi anni ha preferito sperimentare con modulari autocostruiti in un ambito prettamente dance con l’alias Daphni (vedi Sizzling EP, Jialong e Joli Mai, e il celebrativo 93esimo volume della serie fabriclive), questa definizione calza particolarmente a pennello a You And I, un brano pop ottantiano parente di quelli che componeva 10 anni fa, all’altezza di Swim, l’album che ne aveva inaugurato la seconda giovinezza artistica, nonché decretato il successo commerciale. Il lead single lì era Odessa, prototipo di un songwriting minuto ma realista illuminato da dancefloor della memoria, avvolto in comode flanelle elettro-soul che all’epoca facevano scattare più di un paragone con l’Erlend Øye poi rifattosi una carriera in altri lidi. Quel brano osservava vicende legate ad un abuso domestico e ai pensieri fatti dalla protagonista per uscirne; You And I, che assume i contorni del lento a bordo pista, indaga gli umori che seguono la perdita di una persona cara. C’è un cerchio d’acqua che unisce i due brani, così come ne troviamo di concentrici nelle copertine degli album che li contengono.

Del resto, fare i conti con la vita nel doppio ruolo di un angelo custode (la musica) e scenografo (l’io narrante spesso al femminile e non sempre autobiografico) è un po’ il leitmotiv della gentle-elettronica di Dan Snaith, la missione inseguita almeno da Andorra in avanti. E You And I  – che è uno dei primi componimenti che il canadese ha scritto per il nuovo disco e l’ultimo a venir completato – ne è uno splendido esempio. Come molti altri in scaletta, è esistito in varie forme durante l’intero iter produttivo, ma più di altri ne racchiude il significato più profondo. All’improvviso, dal suo efebico intimismo, la canzone si anima, parte lo strobo e l’arpeggiatore e così un ritornello affidato a uno dei frammenti vocali, che per come e dove vengono piazzati faranno (lo vedremo) da collante all’intera opera. Il campione contiene la voce pitchata di un bimbo (il figlio di Dan?) che fa I Stay Silent / Hey!. Sembra inserito a casaccio ma non lo è affatto, è anzi un modo squisito per spiazzare delicatamente l’ascoltatore dal tema trattato. Il frammento, come quello messo nel bridge che segue, ha il compito di ribaltare il familiare con qualcosa che gli inglesi fanno rientrare nel sottobosco dei sottotesti legati all’aggettivo weird.

In Home la musica cambia pelle mantenendo invariata questa modalità: dagli ’80 sintetici, Caribou salta a piè pari di una manciata di lustri come un producer Ninja Tune degli albori, campionando una semisconosciuta soul sister – nello specifico Gloria Barnes – e mettendoci sotto un fiero breakbeat accompagnato da una sarabanda di fiati, a loro volta campionati. Si sarà capito, i rimandi ai 90s in Suddenly si sprecano. Il più smaccato? L’anthemica progressione (filter) spaghetti house di Never Come Back (che sembra venir dritta da Our Love). Ma rimaniamo in tema: anche qui il frammento contrappunta, guizza, si palesa come marcatore di un cambio di passo e, nello specifico, la butta su un abbraccio infinito («Baby, I’m home, I’m home, I’m home»). Il pezzo è di quelli agili (siamo sui due minuti e mezzo), ma nel suo fifthy fifthy di comfort e malinconia porta con sé le dicotomie di cui sopra, ed è stato, non a caso, scelto per rompere il lungo silenzio discografico del marchio Caribou.

«Ascolto un sacco di musica, ma poi ci sono questi loop che ti rimangono in testa, sono troppo perfetti – scrive Snaith in una nota – Continuavo a riascoltarmi Home di Gloria Barnes con l’intenzione di farci qualcosa ma non sapevo cosa… alle volte fare musica è un processo in cui senti di avere tutto sotto controllo, ma ci sono altre volte in cui le cose si presentano da sole e tu non devi far altro che seguire il percorso che ti indicano… il pezzo è venuto fuori solo quando una persona a me cara ha vissuto qualcosa di simile a ciò che lei cantava nel ritornello».

In equilibrio tra controllo e caos, weird e eerie fisheriani, intonature e stonature, emersioni e immersioni, Suddenly è come un moto marino su affetti e relazioni particolari che dallo specifico si fanno universali; lo è dichiaratamente fin dall’0pener – Sister – rivolta alla sorella di Dan, in cui troviamo un fugace campione della ninnananna che la madre le cantava per farla addormentare. Un album lontano (ma non troppo) dal dancefloor e più vicino (ma non troppo) all’r’n’b e al mondo hip hop, che pensato e ripensato, fatto e disfatto, per ricchezza di rimandi, cambi registro e salti temporali è di quelli che catturano per ragioni diametralmente opposte. Semplicità, calore, umanità e, in definitiva, questo realismo caricato di magia sono gli ingredienti di cui è fatto (prendi anche solo i brani a fine scaletta: l’interludio Filtered Grand Piano, l’r’n’b androide di Like I Loved You – che ricorda la migliore Jessy Lanza – il soul di Magpie, la garage ascensionale di Ravi), aspetti che puoi calcolare a tavolino fin che vuoi, ma che non è affatto detto che ti prendano out of the blue, proprio come il titolo del disco suggerisce (mantenendo le premesse dalla prima all’ultima traccia).

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette