Jessy Lanza (CA)

Biografia

Canadese dell’Ontario, da un paesino – Hamilton – che è lo stesso dei Junior Boys e non lontano da quello dove è nato Caribou, Jessy Lanza è sbucata quasi dal nulla nel 2013 imponendosi rapidamente come un prezioso oggetto di culto patrocinato da Hyperdub all’interno di un ampio ventaglio di proposte nu-soul che, specialmente lungo la prima metà degli anni Dieci, ha lasciato dietro di sé un’impronta che sa già di generazionale per il lustro successivo. Parliamo di volti molto noti come Bon Iver, James Blake, SBTRKT, The Weeknd e Frank Ocean sul lato maschile, ma soprattutto di artiste come Fka Twigs e Kelela, di cui la cantante r’n’b rappresenta fin dall’inizio una versione da cameretta, minuta e minimale, non lontana dai modi di gente come Beacon e Inc eppure capace anche di mostrare un lato più nerboruto e vivace. Quella di Jessy Lanza è soul music rigorosamente e radicalmente bianca, un distillato cristallino di house e pop legato agli 80s, al riparo da tentazioni retromaniache, ma anche un abito (scudo?) sonoro in cui far convergere sentimenti umanissimi, piccole nevrosi e smanie comprese. Per tutte queste ragioni, Jessy Lanza rappresenta un culto per gli amanti di area post-dubstep, e dunque di tutte le frange future r&b varie post-Aaliyah, un unicum sull’etichetta di Kode9 all’interno delle cui fila rappresenta l’artista più pop, superando quanto “azzardato” in precedenza con i Darkstar di North.

Keep It Simple

Il primo episodio con cui Jessy si palesa al mondo, spuntando un po’ dal nulla, è Beach Mode (Keep It Simple); il singolo è contenuto in Aerotropolis, sophomore di un’altra talentuosa artista della ben fornita batteria femminile di Hyperdub, Ikonika: è una house tagliata con il laser, un po’ space-funky e un po’ electro, antipasto dell’esordio vero e proprio che arriva poco dopo, nel settembre del 2013, ovviamente su Hyperdub. Pull My Hair Back, co-scritto e co-arrangiato da Jeremy Greenspan dei Junior Boys, viene anticipato dal singolo e relativo video Kathy Lee ed è una raccolta di perle indebitate con l’house e prima con l’r’n’b, oltre che con il soft-rock degli anni Ottanta. Un disco che non fa il botto, ma che nei mesi seguenti, sulla scia di un tour che porterà l’artista anche in Italia, si assesterà come un piccolo oggetto di culto.

L’anno successivo è la volta di Move Closer, nebulosa ballata rarefatta e riverberata, cover dell’omonimo brano di Phyllis Nelson (a proposito di amore per gli anni Ottanta), mentre nel 2015 You Never Show Your Love ci restituisce una nuova metamorfosi sotto forma di slow jam inizio 90s dalla porta di un footwork già accarezzato in precedenza ed ora parte integrante dell’arrangiamento. Prodotta dagli ottimi Dj Spinn e Taso di Teklife, la traccia rappresenta l’unico inedito presente in scaletta; le restanti sono remix, tutt’altro che scarti, a partire dalla versione di Dj Rashad (in co- sempre con Spinn e Taso) che ne accelera il ritmo in una sinusoidale vertiginosa e sensuale che ne suggella un alternativo livello di eccellenza. Ancora prodotto da Jeremy Greenspan dei Junior Boys, il sophomore Oh No arriva a maggio 2016 sempre per Hyperdub, e sebbene il singolo di lancio It Means I Love You sembri presupporre un album ancora indebitato con i ragazzi di Chicago, il disco punta invece a qualcosa di più personale e variegato, a partire da un concept – raccontare ansie e nevrosi urbane – che porta l’artista ad attrezzare lo studio di registrazione casalingo come una piccola serra di cactus e a travestirsi da Adele Bloch Bauer di Klimt, avvolgendosi in trapunte paillettose e sberluccicanti (vedi cover). È la bizzarra scocca di una nevrotica/gioiosa catarsi eco-amorosa che ci restituisce, ancor più rispetto all’ottimo esordio, una Jessy Lanza più padrona nel maneggiare le proprie influenze musicali, che qui vanno dalla formazione jazz e all’amore per l’r&b a cavallo tra 80’s e 90’s (Sade, Janet Jackson, Mariah Carey, Aaliyah), alla garage di Chicago e a quella britannica, fino al J-pop e alla Yellow Magic Orchestra. Minimo comune denominatore: quel certo minimalismo di fondo che asciuga il composito calderone in un impasto sonoro che assomiglia sempre di più ad una seconda pelle.

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