Recensioni

Al termine della visione di Maniac, nuova miniserie del colosso dello streaming Netflix creata e sviluppata da Cary Joji Fukunaga e Patrick Somerville, non si può fare a meno di considerare l’ampia dose di coraggio dimostrata da un prodotto dalla simile resa visiva, ma allo stesso tempo di rimanere anche leggermente delusi da un affondo contenutistico spesso elementare e prevedibile. Non che i temi affrontati dalla miniserie – remake dell’omonima serie norvegese del 2014 – siano banali o trattati superficialmente; l’elaborazione del lutto, la dipendenza da psicofarmaci, i disturbi mentali uniti ad altri tessuti narrativi che includono la dicotomia tra realtà e illusione, la paranoia ossessiva verso il futuro e l’infinita diatriba tra il mondo scientifico e quello decisamente più opinabile della psicanalisi, sono tutti di importanza primaria e a ciascuno di essi è concesso il giusto spazio, in un amalgama sorprendente e stimolante. In sostanza, il rischio maggiore per lo spettatore più disilluso e avvezzo a certo materiale, abituato a prodotti che negli ultimi due decenni hanno scandagliato le possibilità e le distorsioni della mente umana (si pensi principalmente a Essere John Malkovich, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Black Mirror, Her o ancora Legion), è quello di ritrovarsi davanti un prodotto dalla sconfinata ambizione che tuttavia, nel complesso, aggiunge poco altro a quanto già mostrato dagli illustri predecessori.

Tutto ciò non toglie comunque che Maniac possa facilmente fregiarsi dell’appellavito di “miniserie rivoluzionaria” all’interno dell’offerta garantita da un colosso come Netflix. Infatti, se con la maggior parte dei suoi sforzi, l’azienda ama cavalcare l’onda della sicurezza, garantita da prodotti di facile presa sul grande pubblico, specialmente quello degli adolescenti, e in definitiva “più semplici” (Dark, The Innocents, La casa di carta, Tredici), questo le dà l’opportunità di rischiare con prodotti come appunto Maniac, dove a uno schema narrativo di base (due protagonisti, entrambi con problemi personali irrisolti, entrano volontariamente in un trial farmaceutico in cambio di denaro), si aggiunge un secondo piano di lettura con tutti i temi descritti poc’anzi, per poi assistere alla comparsa quasi repentina di un terzo livello, che va a configurarsi con l’apparato estetico della miniserie. Fukunaga (noto ai più per aver diretto l’intera prima stagione di True Detective), con l’aiuto dello stesso Somerville in sede di scrittura (stimato sceneggiatore di The Leftlovers), ha così l’opportunità di differenziare lo stile e la tecnica di ripresa, spaziando senza soluzione di continuità dalla farsa alla spy-story, dal crime-movie all’epica fantasy dai toni dissacranti (casualmente sorprendente il richiamo involontario di quest’ultima alla serie Disincanto da poco approdata proprio su Netflix); per ciascun genere, Fukunaga (supportato dal direttore della fotografia Darren Crew) dà libero sfogo alla propria creatività, sia per quanto riguarda la lussuosa messa in scena, sia per uno stile di ripresa sempre diverso, che in qualche misura evidenzia il carattere decisamente schizofrenico della serie stessa, in perfetta alchimia con i personaggi che la popolano.

Il cast, poi, contribuisce ulteriormente ad alzare il livello di qualità della produzione: Emma Stone e Jonah Hill sono al centro non solo degli episodi ma anche di una competizione attoriale tutta giocata sull’equilibrio psico-fisico del rispettivo personaggio; da un lato Stone, che dopo i primi episodi in cui esalta il suo carattere più istrione, lascia emergere un’emotività silenziosamente contagiosa; dall’altro Hill, che dopo una prima parte in assoluta sottrazione, in cui ricalca il modus comportamentale di alcuni dei più bei personaggi dalla matrice chiaramente kaufmaniana, esplode in una parte finale coerente ed esaustiva. Non va dimenticato, infine, l’apporto fondamentale di una irresistibile Sally Field (chiamata ad affrontare uno spassoso doppio ruolo) e di Justin Theroux, nel ruolo dello psichiatra emotivamente instabile e ideatore del folle esperimento al centro della trama.

Per quanto la matrice sia da rintracciare nella serie norvegese di Ole Marius Araldsen, è innegabile che quella di Fukunaga sia una riscrittura in piena regola e un prodotto decisamente americano e, quindi, originale a sua volta. Se la miniserie del 2014 si concentrava esclusivamente su un singolo personaggio, tra l’altro già rinchiuso all’interno di un istituto psichiatrico, nel suo remake lo spettro di indagine si allarga sulla situazione sociale e culturale di un intero paese, identificato con gli Stati Uniti attuali (ma anche con l’intera società contemporanea), in cui l’inter-connessione multimediale ha reso paradossalmente più ostiche le relazioni umane, di ogni genere (da quelle lavorative a quelle sentimentali o di semplice amicizia), soffocando l’essere umano all’interno di una macchina iper-burocratica che non può non riportare alla mente il futuro-non futuro distopico immaginato da Terry Gilliam nel suo Brazil. In uno scenario simile, Maniac urla a pieni polmoni il disagio dell’essere umano di fronte a una realtà già irrimediabilmente instabile, di come l’anormalità della mente sia ormai diventata (o è sempre stata) un comune denominatore, un elemento di frizione capace sì di destabilizzare qualsiasi tipo di rapporto, ma anche di scatenare una catarsi potentissima in grado di rimettere tutti gli equilibri prestabiliti in seria discussione.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette