Recensioni

6.8

Pupilla di Gruff Rhys dei Super Furry Animals, con un bagaglio di esperienze extracurriculari affatto male alle spalle – guest vocalist dei Neon Neon per il singolo I Lust U, una comparsata nell’ultimo album dei Manic Street Preachers con relativo tour, eccetera -, la gallese Cate Le Bon torna sulla scena con Mug Museum, fatidico, terzo album dopo il buon CYRK dello scorso anno. Se con il sophomore si era presentata nelle vesti di una Nico in salsa electro, a metà strada tra Stereolab e Goldfrapp, stavolta la ritroviamo immersa nei territori di uno psych-pop a marca sixties decisamente retrò, ma dai risultati interessanti.

È evidente, infatti, che le influenze che permeano tutto l’album partono dai Beatles per allargarsi a macchia d’olio al surf pop californiano à la Beach Boys (probabilmente anche a causa del trasferimento della Nostra, lo scorso anno, dal gelido Galles all’assolata Los Angeles), includendo qua e là sterzate garage e declinazioni wave – rigorosamente british -, unite a leggerezza soul-pop. Un bel calderone, in cui la Le Bon mostra di sapersi ben destreggiare dosando alla perfezione sensibilità melodica e gusto per il ritornello di facile presa. A cominciare dal beat acido di una I Can’t Help You che apre il disco, vera e propria sintesi del mood di Mug Museum: tastiere, organo, chitarre e percussioni dalla patina vintage e voce perfettamente amalgamata a quell’appeal retro-nostalgico che anima tutti i brani del disco e che per la maggior parte dell’ascolto non tradisce le aspettative. Ne sono ottimi esempi brani come Are You With Me Now, Duke e No God, orientati verso quel pop acido di matrice beatleasiana di cui sopra, ma anche atmosfere più distese come l’ottima I Think I Knew a cui partecipa Perfume Genius, interessante nello scambio “androgino” tra le due voci. Altrove, troviamo il crescendo rock and roll di Wild o il tenue organo lisergico di Mirror Me, che sottolineano come Cate Le Bon ami giocare con i propri stili e generi di riferimento, senza però rinunciare alla propria essenza di autrice pop.

Certo, a dispetto delle note della cartella stampa – l’album è nato in un periodo particolarmente difficile coinciso con la scomparsa della nonna materna -, si potrebbe rimproverare alla Le Bon la mancanza di un focus emotivo, ma forse non c’è n’è davvero bisogno alla fine, visto che Mug Museum è un album che fa della capacità di intrattenimento il suo punto di forza, unendo hype e sostanza.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette