Recensioni

Il precedente Threace, uscito nel 2013, ovvero una mezza era geologica fa, li prendeva in un momento di mezzo, un periodo di passaggio in cui i chicagoani Cave stavano assestandosi sia dal punto di vista strettamente formale – il cambio tra Rotten Milk e la new entry Jeremy Freeze al momento dell’uscita; l’ingresso del quinto Rob Frye dei Bitchin’ Bajas appena dopo la release – sia da quello contenutistico-sonoro, ovvero sempre meno kraut-chitarristici come agli esordi e sempre più qualcosa in sommovimento e in perenne ricerca. Threace però aveva già in nuce quelli che sarebbero stati i frutti maturati poi – dopo anni di tour e di registrazioni tra Chicago e quel Cile, vedi alla voce viajeros cosmicos, Exploded View, ecc., sempre più centrale nelle trame underground – in questo Allways, ovvero una sorta di massimalizzazione dell’impronta kraut/motorik che ne ha sempre segnato le coordinate sonore ma in chiave se possibile sempre più funkettosa e sempre più groovey. E pure qualcosa oltre.
Risultato? Beh, un mal di testa fantastico a furia di twistin’ and shakin’ avanti e indietro nel tempo e nello spazio che sembra prendere dei capelloni qualsiasi della Germania anni ’70, catapultarli allo Studio 54 dopo una sana ripassata delle fondamenta del suono funk, bianco e nero che sia, imbottirli di droghe lisergiche e lasciarli liberi di scorrazzare ovunque. Non c’è da sorprendersi: fondatore dei Cave è quel Cooper Crain che spesso si fa vedere su queste pagine con l’altra sua band, i Bitchin Bajas, freschi di ristampa in box dell’intera, sparpagliata produzione, e che è un po’ la pietra di paragone, non sonora quanto di approccio, attitudinale, con cui prendere i Cave. Libertà, frikkettonismo, percorsi coerenti che dal kraut accelerano le rotondità per arrivare a una specie di disco-music sensualissima e ritmatissima che riesce addirittura a prescindere dalle svisate afro, che sono sempre una specie di gabella da pagare in certi ambiti. Qui, invece, è tutto bianco, nel senso del (p)funk inglese di fine ’70 e – perché no? – pure dei semi epigoni della metà dei 2000. Eppure tutto suona black, ammiccando ora al r&b, ora all’exotica, ora a quella marea indistinta che viaggia sotto il nome di blaxploitation, ma mantenendo sempre alto il livello psicotropo dell’insieme o da ipnosi collettiva. «We hear space, groove and rock, flying together. This is CAVE, Allways», recita la press e in tutta sincerità non gli si può dar torto.
Amazon
