• set
    25
    2015

Album

Universal

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Gli anni Ottanta non sono mai passati e anzi, continuano a essere presi, rielaborati e torti a piacimento per creare sempre nuovi mix di suoni e ritmiche. I Chvrches avevano mostrato la loro propensione verso questo periodo storico già dal loro esordio The Bones Of What You Believe (settembre 2013), che seppur ben accolto da critica e pubblico (ha venduto oltre 500.000 copie in tutto il mondo) e contenente due pezzoni quali The Mother We Share e Gun, presentava almeno un paio di difetti, tra cui una resa acustica non ottimale e la presenza di alcuni innegabili riempitivi (You Caught The Light è un esempio). Problemi che possiamo dire decisamente risolti in questo secondo, atteso disco, registrato come il precedente agli Alucard Studios di Glasgow.

Every Open Eye parte in quarta con una mitragliata di sintetizzatori e vocalizzi della frontwoman più pura ed eterea di sempre, Lauren Mayberry, in Neverending Circles, brano che fa presagire un continuo incresparsi in picchi e voragini del segnale di un ipotetico elettrocardiogramma. Perché sì, i Chvrches hanno l’innata capacità di afferrare con mano il miocardio di chiunque, un po’ come fecero i Cocteau Twins con Treasure (1984), ed è in questo lavoro che tale peculiarità diviene realmente tangibile. Non che il secondo album sia scevro da inadeguatezze: Empty Threat risulta superficialotta rispetto al resto, mentre l’intervento della voce maschile di Martin Doherty in High Enough To Carry You Over crea un forte stacco dai pezzi precedenti e non regge assolutamente il paragone con i prodigi a cui la Mayberry ci ha abituati. L’impressione che si ha è che in linea generale i Chvrches ora si stiano rivolgendo a un pubblico più d’oltreoceano rispetto agli inizi, spingendosi ai confini del pop che spopola su larga scala.

Le tracce incitano all’attività motoria, ma, a differenza di tanti successi che hanno reso l’estate un incubo, pongono grande attenzione nel processo di scrittura dei testi e negli arrangiamenti, questi ultimi basati su strutture solide e non sempre prevedibili, a volte addirittura anthemiche, come in Down Side Of Me o Make Them Gold. La produzione è minuziosa e curatissima, con i suoni giusti negli attimi consoni, i climax che creano tensioni sfocianti in ampi respiri, trame melodiche e armoniche che fanno dolcemente rabbrividire, come farebbe l’aria fredda di un’alba invernale. Si parla di relazioni amorose che finiscono dopo battaglie fra partner testardi (Leave A Trace), di venirsi incontro (“Please say you’ll meet me half-way“, canta Lauren in Clearest Blue), di rialzarsi dopo una caduta (“Bury it and rise above“, recita il riff di Bury It, pezzo molto vicino ai Depeche Mode) e di essere sé stessi, disciplina in cui i Chvrches sembrano finalmente eccellere. Il solo momento in cui si smette di ballare e ci si mette seduti ad ascoltare in religioso silenzio la Mayberry, su cui si è acceso un grande riflettore bianco, è la toccante Afterglow, che chiude l’album – se escludiamo le bonus tracks Get Away, Follow You e Bow Down – lasciando chi ascolta commosso e al contempo felice.

I Chvrches posseggono il carisma di una rock band pur facendo electro-pop e revival anni Ottanta, ed è con Every Open Eye che sono cresciuti e hanno raggiunto una certa maturità. Hanno deciso di vivere di atmosfere ora candide, ora invece tetre e dal retrogusto amaro, senza scendere a compromessi per accontentare qualcuno. Memori dei tristi episodi di abusi e minacce che hanno visto protagonista la Mayberry, i tre hanno applicato letteralmente il terzo principio della dinamica: ad ogni azione corrisponde sempre una uguale ed opposta reazione, e nel nostro caso la reazione è stata un disco pieno di sentimenti, che pesca da vicende vere, come la cantante afferma in una recente intervista a NME («[…] Preferisco scrivere qualcosa che sia per me autentico, piuttosto che qualcosa che possa passare in radio ma che non contenga sostanza»).

La voce della Mayberry, migliorata da The Bones Of What You Believe grazie a numerose lezioni di canto, non va a coprire i tappeti elettronici e non si comporta da primadonna: tutto è pensato magistralmente per coesistere e funzionare nel modo più efficace possibile, evitando stonature di forma. Sarà difficile smettere di ascoltare e riascoltare i brani di questo disco, ma forse sarà altrettanto arduo che la musica dei Chvrches riesca ad essere apprezzata anche dal circuito più mainstream italiano.

24 settembre 2015
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