• Set
    23
    2013

Album

Glassnote Records

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Next big thing annunciata già sul finire dello scorso anno, per una serie di congiunzioni astrali – ed in particolare per la firma con la label che arriva inusualmente tardi e con le vele della ribalta già spiegate – i Chvrches giungono al debutto lungo quando manca da fare soltanto il victory lap. Non stupisce, dunque, che buona parte della tracklist di The Bones Of What You Believe abbia natura di greatest hits, con tutti i singoloni che ci hanno tenuto compagnia dal maggio 2012 ad oggi che vengono riproposti, eventualmente rinnovati da un nuovo missaggio.

Attenzione, però, a liquidare questo disco come la classica giocata facile per capitalizzare tutto il capitalizzabile con il minimo dello sforzo. È senz’altro vero, infatti, che la struttura dei brani presenta una marcata ricorsività attorno al classico schema strofa-ritornello-strofa-chorus-ritornello e che più volte si indugia sul gioco al contrasto tra la voce bubblegum, acuta e fanciullesca (indie-pop!) di Lauren Mayberry, testi che la dipingono in pose vendicativo-sanguinarie ed il sostegno strumentale, fatto di raffiche di synth sci-fi e ritmiche heavy step, a chiudere un immaginario che al cinema starebbe nel Sucker Punch di Zack Snyder. Ma è allo stesso modo innegabile che la reiterazione della formula vincente, combinata ad un evidente sforzo in selezione volto a mantenere il più alta possibile la qualità della proposta, finisce per accodare alle killer track già note altrettante killer track, per un raccolta priva di riempitivi e, per giunta, stratosfericamente prodotta (dalla combo Iain Cook-Rich Costey, già al lavoro con i Nine Inch Nails).

I tre scozzesi, poi, oltre a ribadire la bontà del loro elettropop – che, in definitiva, fa la cresta a quello dei Purity Ring, sostituendo l’iper-melodicità a tutto ciò che nei canadesi rimandava al goth –, dimostrano – lo avevano già fatto nel Recover EP – di essere i migliori sulla piazza nel coniugare Chromatics ed M83 senza risultare surrogati né degli uni, né dell’altro (Tether), di saper rivitalizzare i traballanti Passion Pit (By The Throat) e che l’arduo compito di aprire i concerti dei Depeche Mode è stato loro affidato per una ragione ben precisa (Science/Visions). Sottolineare i leggeri cali di tensione che si verificano quando Martin Doherty si avvicenda al microfono e va ad omologarsi dove sarebbe meglio non omologarsi mai (leggi: i Coldplay, in You Caught The Light), significa stare a cercare il pelo nell’uovo.

Godiamoceli senza mezzi termini questi Chvrches, finché durano, ovvero finché le canzoni non si rovineranno per i troppi ascolti. È il loro anno.

2 Ottobre 2013
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