Recensioni

7.4

Tradizioni idm e post-rave, luminose aperture folktronica. Strumenti analogici, sintetizzatori modulari, improvvisazioni noise e glitch digitali. Non è facile inquadrare univocamente la musica di Clark. Lui ci ha provato, una volta, riassumendola come combinazione della precisione tedesca e dell’audacità inglese. Perchè se da una parte l’intezione è sempre di più quella di liberare i ritmi dalle quantizzazioni robotiche, di lasciarsi guidare dall’imprevedibilità delle macchine, dall’altra rimane l’ammirazione per la “structural culture” tipicamente teutonica, per quel modo di fare razionale e senza sbavature da infaticabile metronomo umano, caratteristico tanto della kosmische-musik quanto dei successivi minimalismi Basic Channel.

Con le sue architetture dancefloor, le sue distese ambient, le meccanizzazioni 8-bit e gli innesti acustici, il punto di vista di Clark (album omonimo) richiama cartoline da un passato prossimo – acceni psych-folk da Iradelphic, ricognizioni lo-fi da Totems Flare – ma allo stesso tempo sposta l’orizzonte sonoro verso una techno glaciale, limpida, eterea. Si rilegge l’epopea idm britannica (battendo sentieri familiari, vengono citati Two Lone Swordsmen, Orbital, Boards Of Canada), ma l’inglese di St. Albans gioca anche a nascondersi dietro certe piste à la Jeff Mills (Unfurla, Sodium Trimmers), oppure a sfoderare numeri electro sporcati e distorti, pronipoti dei sogni lucidi firmati Juan Atkins (Banjo). La faccia cosmico-atmosferica del lavoro trova il suo climax nella conclusiva Everlane, Snowbird rallenta i bpm per un dub profondo di vibrafoni e cori celesti, There’s A Distance In You libera uno shoegazing elettronico in cassa dritta che si chiude tra gli umori nostalgici di sintetizzatore.

Facendo tesoro dei modelli hardcore continuum, buttando l’occhio a Detroit e di riflesso alle geometrie kraut, abbiamo tra le mani un disco denso e abilmente costruito. Volendo provocare un ideale scontro tra pesi massimi, Warp tira in ballo le ultime fatiche di Richie Hawtin e descrive questo album con quattro parole: “more Berghain than Guggenheim”. Come a dire, mettici pure le tue pseudo-meditazioni da gran galà, noi ci mettiamo vero scientismo sonoro. Primo round agli squilibrati di Sheffield.

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