Recensioni

L’Ohibò è pieno per San Valentino. I Cloud Nothings di Dylan Baldi sono a Milano e portano in giro il loro nuovo Last Building Burning, ultima prova del gruppo di Cleveland. Nonostante le ultime uscite siano state buone ma non esaltanti (se si escludono alcuni brani come Enter Entirely dal penultimo Life Without Sound), dal vivo i Cloud Nothings alzano molto il livello delle composizioni, immettendo dosi importanti di energia nel sistema. Questa idea pare essere arrivata a un sacco di gente.
Dylan Baldi avverte dopo le prime battute dello show di essere influenzato. Porta gli occhiali e indossa un cappellino da cui spuntano i capelli lunghi e quella che sembra essere la giacca di una tuta. Assomiglia in maniera impressionante a una versione magra di Jason Segel nella sua interpretazione di David Foster Wallace in The End Of The Tour. Baldi ha alcune fortune dalla sua: un gruppetto di ragazzi che poga quasi dal primo pezzo, in prima fila, e che sembra essere lì solo per quello, indirizzando le vibrazioni di parte della sala; un parco canzoni buono, con alcuni episodi davvero ottimi e simili a inni, per cantabilità e trasporto; una band che sa il fatto suo, soprattutto il funambolico batterista Jayson Gerycz, macchina da guerra cinetica.
Energia, si diceva prima, ed energia è quella che viene fuori dal set del gruppo, che spesso sfocia nella ferocia: in The Echo Of The World e nel suo finale sembra di stare dentro a un’enorme betoniera, solo che al posto del cemento c’è un impasto di watt, colpi di batteria e urla, tutto all’unisono. La band oscilla tra un pop-punk iniettato di garage e noise e derive nel rumore, come nella fossa al centro di Dissolution, che sembra un omaggio ai Sonic Youth ma con in più del doom. Il vero miracolo di tutta questa cosa è che, nonostante la foga sia tangibile e quasi incontenibile, Baldi e soci sanno sempre cosa fare, dimostrando un totale controllo su tutto. Gestiscono tensione e rilascio, fino alla gioia finale dei pezzi di chiusura: Stay Useless, I’m Not Part Of Me (lirica e bellissima), Enter Entirely (che si conferma un capolavoro pop che continua a farci domandare: perché un solo ritornello?) e il finale di Wasted Days, massa sudaticcia punk-noise che ci catapulta fuori dall’Ohibò ancora carichi e contenti. È solo punk, ma fa ancora il suo dovere.
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