Recensioni

7.1

In pittura, in special modo nelle iconografie sacre, la presenza del corallo è molto diffusa: lo si trova raffigurato in pezzi ornamentali, rametti, amuleti. O come fece Piero della Francesca, nella Madonna di Senigallia del 1470, dipingendo una splendida collana con grani di corallo, terminante con un ramo dello stesso materiale al collo del Bambin Gesù. Diventa simbolo di protezione per i nuovi nati e richiama, col suo colore e la sua forma, il sangue, legame indissolubile tra madre e figlio. La presenza dei rametti cruciformi rossi univa il significato devozionale a quello tutelare di una nuova vita. Come quella che stiamo assurdamente sperimentando oggi, in questi giorni sospesi da riordinare. Corallo è il disco perfetto, nella genesi e nel suono, per l’attuale quotidiano dettato da una paura nuova, più reale.

La seconda creatura di Giovanni Imparato alias Colombre arriva a tre anni di distanza dal centratissimo Pulviscolo; il cantautore marchigiano parte dal filo che lega tutti i rapporti, o meglio quelli che resistono al tempo e all’abitudine. Il corallo del titolo è anche simbolo delle premure che bisogna avere per trattare i rapporti più preziosi, o quelli più difficili. Serve cura, serve tempo; non certo quello delle chat, dei messaggi istantanei. Quando ci siamo abituati ad avere risposte entro pochi secondi? Forse nello stesso momento in cui abbiamo perso la capacità (e la voglia) di preservare con tutta la delicatezza possibile la complessità di un’amicizia, di un amore.

La sensazione resta quella percepita con l’esordio: Imparato fa della semplicità una chiave di lettura importantissima, un punto di forza che lo distanzia dalle semplificazioni di una certa scena it-pop. La scelta del lessico, di un italiano chiaro, dei sostantivi brevi, tornano e sviluppano ulteriormente la narrazione: non c’è bisogno di barocchismi o scritture oscure, Corallo cattura in modo arguto quel sentimento mattutino per cui il domani è destinato a diventare qualcos’altro, a trasformarsi. Anche le preoccupazioni possono aspettare. Corallo suona come un pigro pomeriggio tra innamorati, sussurrando grandiose promesse all’orecchio e al cuore dell’altro.

Con un gusto polveroso che ricorda i festival di una volta, scintillanti riff à la Sorrenti, e un soul tutto bianco e ovattato, ci regala otto storie fatte di slanci e ricadute, arrangiamenti antichi che ricordano il lavoro certosino di Reverberi. La title track in apertura ha l’impeto di una hit anni sessanta, la sicurezza di un Massimo Ranieri filtrata attraverso il gusto zuccherino delle aperture pop. «Se il tuo cuore batte in fretta, non hai perduto ancora la guerra», sussurra Colombre e con lui l’intero mondo degli innamorati. Il profumo dei primissimi The Dream Syndicate delinea una suono più pieno rispetto al debutto, sostenuto da fasti psych-pop. Dalla batteria voluttuosa di Non ti prendo la mano, canzone d’amore e indipendenza, al giro ipnotizzante di chitarra di Terrore, col suo ritornello dal gusto r&b/soul/funk dall’approccio più lo-fi, la dinamica del disco favorisce un approccio groovy – da declinare secondo il decennio in cui ogni brano sembra lanciarci – sempre caldissimo e avvolgente. Con Crudele, ballad dolcissima di pentimenti e prese di coscienza, la chitarra sembra sciogliersi in quel giro vintage sintesi dei più bei brani di Mina, e la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una romanza, dal fascino sanremese e rétro, una fotografia coperta dalla polvere. Per un secondo è il gioco macdemarchiano del cantautore di Senigallia: batteria potentissima e centrale, tono di sfida, coretti à la Ronettes si dipanano nel sussulto dadaista. L’arguzia di alcuni dettagli di questo pop midtempo fa riecheggiare il pop semi distorto dei Kinks, con la sua spensieratezza quasi votata al garage. Dalla lenta cavalcata di Mille e una notte, dal dna morriconiano, all’esperimento un po’ Moby di Arcobaleno, quasi una fuga buia con i fari accesi nella notte, il finale affidato a Anche tu cambierai, riporta a un tempo lontano, quello di Bacharach o Morandi a seconda della latitudine.

In meno di mezz’ora Colombre offre un bel pop sinfonico che ricorda il Turner di Submarine filtrato dal fuzz saturato degli Arcs. Ma si sperimentano anche le fioriture melodiche d’altri tempi, cullate da una narrativa che preferisce le linee morbide ai grovigli, l’insieme ai frammenti. Un po’ come suonavano certi pezzi delle Charmels, i pezzi corallini del disco godono di una forma asciutta ed elegante. Imparato dimostra di avere una precisa e solida concezione del suono che vuole dare ai suoi pezzi, e di essere un ottimo equilibrista che gioca con gli stili (tanti e diversi) e gli strumenti (a fuoco e ben sfruttati).

Se in principio fu il pulviscolo, quell’invisibile alveolatura dell’orizzonte che ci rende incapaci di distinguere realmente ciò che esiste da ciò che è immaginario, oggi Corallo è un ritorno dorato alla notte che si fa alba. Ma è anche la storia di un’appartenenza, alla musica, la colonna sonora di un tempo che è stato e che non smette di inondarci di bellezza, di piccole verità. Seppur velato da una tenue malinconia che attraversa le cose, quello di Colombre è un sunshine pop che racconta ossessioni, mancanze, sogni, errori e perdono. E come canta Giovanni, per quanto sia difficile, è proprio quello di cui ho avuto bisogno in questa settimana di nuove abitudini. Un piccolo pezzo di corallo a proteggere i nuovi noi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette