Recensioni

7.4

Ogni anno deve arrivare il disco che scombina tutte le tanto disprezzate classifiche di fine anno degli addetti ai lavori. Quell’album che si infila a forza sul podio uscendo di straforo in coda a dicembre, che uno deve includere per forza perché sì. A sto giro ci ha pensato il buon Dargen D’Amico, perché ignorare qualcosa come Bir Tawil sarebbe criminale. Un’uscita che volendo chiude un cerchio e ne apre un altro: dopo le (auto)riflessioni di D’io e i lavori “laterali” di Variazioni (rielaborazioni in chiave neoclassica con la pianista Isabella Turso) e Ondagranda (r&b trasfigurato in tandem con Emiliano Pepe), ora Dargen torna con un’operazione che per papabilità rivoluzionaria può ricordare, diversa ma simile, capolavori (p)regressi come Nostalgia Istantanea o Musica Senza Musicisti.  

Passo indietro: Dargen è inattaccabile, da qualsiasi lato. Ha il background hip hop vero per piacere ai puristi (3 MC’s al Cubo con le Sacre Scuole basta da solo a legittimare qualsiasi cosa futura anche per il talebano più intransigente) e una carriera successiva che se n’é poi fregata molto furbamente un po’ di tutto. Dargen piace perché oltre a essere molto bravo sembra non sforzarsi di piacere, e nel farlo può concedersi anche deviazioni in tandem con Fedez come una Bocciofili o la più recente Roses, in cui i due cazzoni rivisitano l’omonima hit da tiktokers. Tutto questo per dire che Jacopo è un po’ il nostro Kanye West, quello musicalmente ancora valido. Nel senso che continua a fare quello che più gli pare e lo fa tremendamente bene, cambiando veste anche radicalmente di disco in disco ma restando sempre inequivocabilmente lui. 

Ok, Bir Tawil. Il titolo è il nome di una zona di due chilometri quadrati al confine tra Egitto e Sudan, che non viene reclamata da nessuno dei due Stati. Questo per dire che al solito la realtà che ci circonda (sia nel senso che ci sta intorno che nel senso che non abbiamo scampo) è vista filtrata dalle lenti degli immancabili occhiali da sole del nostro barbuto eroe. E qui il cinismo di fondo, che pure resta palpabile, è stemperato dal suo approccio surreale e magari a volte ermetico, ma mai gratuitamente nonsense. E poi diciamocelo, esiste una barra migliore per chiudere un pezzo di «e da lì spero che mi penserai / se avrete un brutto litigio / quando dopo la piscina di senti divina / ti sdrai / e ti sbrodoli il tuo pinot grigio» (da Gemelli)? Per il resto si parte da ama(n)ti ovini sulla scia del Woody Allen di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere, e si naufraga in una parodistica tuttologia da social network (Vedova), tutto all’interno di un unico pezzo lungo 9 minuti, e non è nemmeno il più lungo (Non sono più innamorato scollina i 13). Questo per dire che il disco è lungo, ma non – come succede spesso di questi tempi – per arruffianarsi il formato Spotify. Semplicemente ha molto da dire e si prende il tempo necessario per farlo bene. Così ci ritroviamo tra le orecchie qualcosa che è di fatto un doppio album a tutti gli effetti, e va benissimo così. 

Ma, coltivando il nostro parallelo un po’ estemporaneo con Kanye: anche produttivamente Dargen sembra avere sempre di più il bandolo saldamente in mano. Le basi sono ancora una volta tutte sue e sguazzano in una synthronica storta il giusto, onnivora e un po’ cafona (Abbastanza), che spazia alla grande ma resta sempre estremamente a fuoco. Senza Restare da Soli, per citare uno dei pezzi più contagiosi, potrebbe essere un pezzo dei Clouddead nel 2020, e infila un ritornello che per quanto spacchettato nasconde una melodia clamorosa. Poi abbiamo musichette da circo demente (Jacopo), infiniti deliri da frenesie 8-bit (Non Sono Più Innamorato), cavalcate caraibiche (Boulevard Verona) e tenere ballate al lumicino (La Danza Samba). Troviamo perfino cliché trappusi come il flautino di plastica, presi, masticati e risputati in un bolo irriconoscibile (Dalla Parte della Legge). Insomma è un bel viaggetto che va assolutamente fatto, quindi tutti a bordo. 

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