• Mar
    09
    2018

Album

Todomundo, Nonesuch

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«I try never to wear my own clothes, I pretend I’m someone else», David Byrne è un camaleontico intellettuale che ha fatto proprio il motto esteta art for art’s sake. Il suo trasformismo, basti pensare a Stop Making Sense e ai suoi abiti fuori taglia ispirati al teatro , scavalca le barriere e col tempo è diventato un discorso intra-musicale (Talking Heads, carriera solista e un elenco interminabile di collaborazioni) e pan-artistico attraverso teatro, editoria, discografia, cinema e un sito internet continuamente aggiornato. Il suo pallino è la comunicazione, più precisamente l’atto comunicativo e i suoi cortocircuiti. Sin dalle prime esibizioni proto-Talking Heads sotto mentite spoglie col duo The Artistics, in cui la sperimentazione arrivava ancora prima della musica, l’artista di origini scozzesi ha gravitato attorno a un bisogno espressivo in continua evoluzione. Questa necessità implica un percorso imprevedibile, contraddittorio e sempre sintomatico del periodo storico che sta attraversando. Si tratta di un lungo e sottile filo rosso che lega le nevrosi di Psycho Killer al video “divulgativo” di (Nothing But) Flowers, l’effetto radio influenzato dallo zapping televisivo di My Life in the Bush of Ghosts e il duetto “didattico” con la fuoriclasse St Vincent.

«Ho dedicato alla musica la mia vita adulta. Non era quello il programma, e all’inizio non era neppure un’ambizione seria, ma alla fine è andata così». Meno male, perché questa congiunzione astrale ci ha permesso di godere dell’arte di un funambolo ossessionato dallo scambio interculturale. Il tenersi aggiornato di Byrne non riguarda solo la musica ma abbraccia anche l’aspetto socio-politico dei giorni nostri, ecco perché American Utopia si iscrive all’interno di un filone di album usciti negli ultimi mesi che raccontano, ognuno a suo modo, quello che sta succedendo. Parliamo di American Dream degli LCD Soundsystem (e potremmo stare a parlare per giorni della scelta opposta del sostantivo a cui si riferisce l’aggettivo american), di Sleep Well Beast dei The National e dei più recenti dischi di MobyTune-Yards e di Violence degli Editors. Il tempo cristallizza persone e personaggi, così un nuovo album di David Byrne ha subito destato interesse. Il livello di attenzione è aumentato in seguito alle dichiarazioni del diretto interessato, che ha descritto il tour di supporto al disco come «Il mio show più ambizioso da Stop Making Sense». A tutto questo va aggiunto un (prevedibile) ensemble di artisti e collaboratori: gli storici Brian Eno e Joey Waronker, i più recenti Rodaidh McDonald (The xx, Adele), il produttore Patrick Dillett (Nile Rogers, Sufjan Stevens), Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Sampha, per citarne soltanto alcuni.

La prima anticipazione di American Utopia, album analitico che scava nel quotidiano con la solita cinica ironia alla quale Byrne ci ha abituati, è stata Everybody’s Coming To My House. La scelta non è stata ovviamente casuale perché, oltre a essere uno dei momenti migliori del disco, ci mostra un musicista che a dispetto dei suoi quasi settant’anni vuole mettersi in gioco pur rimanendo ancorato al suo porto sicuro. Riconoscibilissimo vocalmente sin dall’attacco della prima strofa, il buon David si fa qui coinvolgere dalle sapienti geometrie spiazzanti di Eno e dall’esotismo ritmico di Sampha. Nonostante questo, il singolo mantiene una patina classica dalla quale emerge persino un assolo di chitarra. Il difetto del brano è quello di essere relegato troppo in là all’interno di una tracklist che non inizia proprio nel migliore dei modi. I Dance Like This alterna sostanzialmente un’anima intima trafitta da voce e pianoforte a un’elettronica violenta. Bilanciamento un po’ forzato che per chi conosce la discografia dell’ex Talking Heads non risulta di certo azzardato. Ritorna alla mente prepotentemente il collage world di Rei Momo quando arriva Everyday Is A Miracle, il downtempo di This Is That rischia invece di essere sottovalutato a un primo ascolto, mentre quello di Dog’s Mind difetta di quella verve che vive uno stato di grazia in Gasoline And Dirty Shirt. Molto meglio affidarsi alla conclusiva ed evocativa Here o alla minacciosa Doing The Right Thing.

Quello di Byrne non è un album indimenticabile: a volte ripiega su se stesso, altre non riesce a scrollarsi di dosso una tradizione personale identitaria e ingombrante. Nel complesso, però, fa l’effetto di una fotografia, non di quelle scattate con uno smartphone, ma di quelle di un tempo. Ecco, American Utopia è uno spaccato di vita contemporaneo impresso in una camera oscura, plasma il frenetico su e giù quotidiano in immagini forti come l’effetto di una pallottola su un corpo umano, o satiriche come i polli che s’immaginano un proprio paradiso. Alla disamina non manca internet, un pastiche contro-umanistico, la rappresentazione sardonica di un certo modo di intendere la vita. L’immagine più potente è però quella dei turisti, una metafora dai mille risvolti: «We’re only tourists in this life / Only tourists but the view is nice / And we’re never gonna go back home».

Siamo di fronte al solito lavoro meticoloso di uno snob d’altri tempi che ne ha passate tante, più di quarant’anni di carriera, ma conserva ancora una insana voglia di mettersi in gioco e costruire nuovi percorsi con artisti stimati. Il risultato è effimero, degno della smania che contraddistingue questo decennio, tuttavia American Utopia non tradisce le aspettative. David Byrne in questo senso è un’istituzione, non solo perché in Come Funziona La Musica si propone addirittura come guida per chiunque volesse intraprendere la carriera musicale o capirci qualcosa del music biz ma anche, e soprattutto, per la costante attenzione che pone alla musica contemporanea. Non è l’intellettuale chiuso nella propria torre d’avorio che critica in maniera nichilista tutto ciò che viene prodotto al giorno d’oggi, ma ha scelto di godersela in pieno stilando playlist mensili con nuovi ascolti e suggerimenti, facendo da padrino a band (Arcade Fire) e collaborando con musicisti apparentemente lontanissimi dalla sua sfera di competenza (Fatboy Slim). Lo fa con onestà, e questo è un grande privilegio perché significa mostrare la propria vulnerabilità, implica un sottile bisogno di umanità.

7 Marzo 2018
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