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Diciamocelo chiaramente: Halloween – La notte delle streghe è un film talmente quadrato e compiuto, talmente importante (per la storia del cinema e l’economia della narrazione, che si chiudeva con un finale semplicemente perfetto) e ingombrante (per ogni altro slasher movie che sarebbe uscito in seguito), che solo l’idea di concepirne un sequel parve decisamente imbarazzante e inutile allo stesso John Carpenter già all’indomani del successo planetario del primo capitolo. Non è un caso che lo stesso Il signore della morte (ovvero Halloween II) cominciò immediatamente a mostrare segnali di stanchezza, nonostante una sceneggiatura firmata dallo stesso maestro (più che altro raffazzonata nei momenti liberi, dato che il Nostro era impegnato sul set di 1997: Fuga da New York), nonostante il guizzo narrativo di rendere imparentati i due protagonisti della precedente pellicola, ovvero Laurie e Michael.

Il ritorno delle due figure più importanti del franchise per questo ennesimo sequel/reboot (si tratta dell’11° lungometraggio), ovvero di Carpenter in qualità di produttore esecutivo (e autore della colonna sonora) e di Jamie Lee Curtis nei panni di Laurie Strode (non accadeva dal 2002, anno di Halloween: Resurrection) è il classico specchietto per le allodole sapientemente posizionato in questi anni di full retromania. Abbiamo un produttore sulla cresta dell’onda, Jason Blum, che dopo il botto dei franchise di Paranormal Activity (quasi 900 milioni guadagnati nell’arco di sei film), Insidious (350 milioni in quattro film) e La notte del giudizio (450 milioni in quattro pellicole), scommette (a colpo sicuro) sulla sceneggiatura del duo Danny McBride e David Gordon Green, con quest’ultimo confermato anche in cabina di regia. Il film arriva esattamente quarant’anni dopo il primo leggendario capitolo e viene subito sponsorizzato come il vero sequel dell’opera carpenteriana, che di fatto ignora tutti i sequel e i reboot prodotti fino ad allora, con una trama che si ricollega direttamente al film originario proiettato però in avanti di quarant’anni (Star Wars: Il risveglio della Forza vi ricorda qualcosa?). Ormai, è veramente tutto un rimasticare fino alla nausea lo stesso chewing-gum, che ha perso gusto e freschezza da un bel po’ di tempo. Tuttavia, se alcune opere del passato riprese oggi trovano nel coraggio del suo regista una vera ragion d’essere e una spinta per un futuro stimolante (è il caso ad esempio del Mad Max: Fury Road di George Miller o, perché no, del Suspiria di Luca Guadagnino), comincia a diventar lampante dopo la prima mezzora abbondante che l’Halloween di Green non è da ascrivere a questa categoria.

Lo spunto, rappresentato nei primi minuti di girato, di contrapporre le due archetipiche figure di Michael e Laurie (nella magnifica prima sequenza vediamo lui immerso nella luce e successivamente lei nel buio della depressione, colma di rabbia e odio), non viene mai approfondito, ma accantonato rapidamente per incanalarsi abbastanza prevedibilmente sui soliti e sicuri binari del canonico slasher movie. Green non ha una mano riconoscibile e, vista la sua filmografia, non era poi così imprevedibile; il suo è un capitolo spento, rassicurante, citazionista ma elementare e pigro sotto quasi ogni aspetto, persino sulla volontà di cambiare i connotati della donna/preda (se Laurie passa da preda a carnefice, un escamotage narrativo piuttosto fiacco rimette tutto in discussione).

Del classico carpenteriano rimane dunque lo scheletro, inattaccabile, la partitura musicale – riveduta e migliorata dal maestro in persona – ma si perde la sostanza, l’inquietudine e la velata metafora sociale che – visto il periodo storico di cui siamo protagonisti – poteva essere ricontestualizzata al meglio (i giovani e le ripetute disattenzioni acutizzate da un mondo digitale e costantemente social). Ai produttori, e a quanto pare anche al pubblico, tutto ciò non interessa: Halloween è già un trionfo e un nuovo sequel è dietro l’angolo.

30 Ottobre 2018
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