Recensioni

Se Neil Young ambienta ormai le sue Fireside Session nel pollaio di casa sua, noi italiani possiamo a ben ragione rivendicare di essere stati precursori in tema. Ricordate, furono i Verdena a riconvertire un pollaio in uno studio di registrazione. Circostanza ormai ammantata dal mito, e adesso in quell’Henhouse Studio, grazie proprio alla paziente covata di Alberto Ferrari, si è schiuso un altro uovo, anzi cinque: sono nati i Dead Visions, pulcini a cui è bastato mettere un piede fuori dal guscio per accorgersi che questa vita altro non è che…un mare di problemi. Gli sarà convenuto?
Di sicuro è convenuto a noi. A Sea Of Troubles è un esordio fulminante a base di garage/punk d’annata e senza fronzoli. Un rock ‘n’ roll brutto, sporco e cattivo ma, soprattutto, privo di preamboli e salamelecchi. Parte forte e non rallenta mai, una centrifuga sonora da uscirne con la chioma scarmigliata e cotonata. Dieci brani a base di chitarre e sezione ritmica al fulmicotone, prodotti da Iacopo Bigagli (fonico, tra gli altri, per The Soft Moon, Boy Harsher, Dirty Fences) e registrati – ça va sans dire – in presa diretta e su nastro, e con l’ausilio del frontman dei Verdena.
La band si è stabilizzata in quintetto nel 2018, quando Francesco Mandelli – noto come attore, sceneggiatore, regista, scrittore e conduttore televisivo ma già alle prese con la musica più volte, dagli Orange alla collaborazione con l’amico Adam Green – decide di unirsi come cantante alla line-up toscana composta da Cesar P. Bigelow (Not Right), Federico Giammattei, Carlo Alberto Maria Rossi (Seed’n’Feed) e Sergio Innocenti (Los Dragos), rispettivamente alle due chitarre, al basso e alla batteria. L’unione ha dato vita a un trucido e farabutto mix sonoro old style in cui si respirano i miasmi della Detroit di Stooges e MC5, ma anche della New York dei Cramps, della Los Angeles dei Gun Club o della Portland dei Dead Moon. Punk/blues lurido e maleodorante, zingaro e poco avvezzo alle norme d’igiene, ma proprio per questo dagli anticorpi più tosti. Il tutto, condito da influenze folk e psychobilly, e che procede tra nevrotiche sferragliate e urticanti distorsioni. Un piglio politically uncorrect appena mitigato dai richiami green-friendly della copertina: un quadrato composto da plastica e lattine che si staglia sullo sfondo della superficie marina. Il messaggio, abbinato al titolo, è fin troppo chiaro nel suo ecologismo. Non lesinano invece in decibel, i Dead Visions, mostrando – se ci passate la battuta – una non pari sensibilità per il tema dell’inquinamento sonoro. Riff di chitarra come se piovesse, sezione ritmica ai limiti del livore e cantato in inglese: sono questi gli ingredienti che più saltano all’orecchio, se non saranno le stesse orecchie a saltarvi via prima.
Muovendo dalle fin troppo ovvie influenze date da Jon Spencer Blues Expolosion, Strokes e White Stripes, oltre che da Wavves, Oh Sees e Brian Jonestown Massacre, la formazione tosco-milanese s’innesta sull’italica e recentissima scia di gente come John Canoe, There Will Be Blood, ma anche i Dunk dell’altro Ferrari, Luca. Ma al di là delle influenze, il combo sa dare un tocco peculiare alla faccenda, e il fatto che faccia un casino della malora non è un diversivo o un’incarnazione dell’assunto “can che abbaia non morde”. Questi mordono e fanno pure male. Dalla polverosa cavalcata in groppa a Dust alla ritmica tarantolata di Last Train, passando per gli oscuri presagi country/western di Death Knock On My Door, le tetre e insidiose arie di Boys And Girls (che coi Blur ovviamente non c’entra nulla) e le festanti contorsioni di I Got You. Solo Creatures Of The Night ha i tratti di una parentesi melodica appena più pacata in perfetto stile Neil Young (eravamo partiti proprio da lui, no?) e Creedence Clearwater Revival. Per il resto, bpm a manetta e si salvi chi può. Altro che Sea Of Troubles, qui siamo proprio nei casini. Ma stavolta è un bel navigare.
Amazon
