• Ott
    16
    2015

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4AD

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Uno ci spera sempre. Spera che le band migliori non restino di nicchia, che esplodano e arrivino ai livelli di – chessò – uno Springsteen, di cui tutti possono dirsi contenti, quelli che vivono la musica come puro accompagnamento e quelli che ne sono adepti. Chi vi parla sperava nei Deerhunter, e questo incipit è votato alla delusione solo perché, cominciando così, ci si potrà subito togliere il dente e dire da qui in avanti della tantissima sostanza presente in questo Fading Frontier.

Reduci dal garage rock raffazzonato ma altamente fascinoso di Monomania (disco che, lo si voglia o meno ammettere, conteneva almeno due o tre pezzi bellissimi), i Deerhunter tornano sulle rotte di Halcyon Digest (la loro vera pietra miliare?), con un tocco felpato ma deciso. Felpato per l’eleganza dei dettagli, in bilico tra il basso gommoso di Breaker (che si apre in un ritornello definitivo, tra brit pop e jingle jangle) e la perfezione melodica e sognante di Take Care (con James Cargill dei Broadcast ai sintetizzatori e al tape manipulation), uno space rock addomesticato e depurato dei lati più magniloquenti dell’epica. Questa mancanza di epica è una sorta di costante del disco: si veda a tal proposito la già menzionata Breaker, sul cui finale il pezzo sale senza debordare, chiudendosi con una strofa in cui i più furbi avrebbero piazzato un ultimo ritornello.

I Deerhunter sono questo: una band che non riesce a spiccare il volo della visibilità indie (sul modello degli Arcade Fire, per dire dei campioni della ristretta categoria), perché incapace di venir meno ad una natura fatta di sfumature, contorsioni e deviazioni. La strada di un’autenticità spiccata che regala brani mai uguali ai precedenti (a parte l’iniziale All The Same, classica cavalcata Deerhunter meno psych e più pop), pur essendo riconoscibile nella sua matrice. Il carattere deciso, invece, viene fuori dal modo sorprendente in cui la band cambia pelle nella continuità, ma sempre prendendo elementi da dentro il rock: non ci sono influenze derivanti dall’elettronica sperimentale o dalla musica africana, dal jazz o dalla classica. Il coefficiente esogeno è bassissimo. In tutto questo, la vera maestria è creare brani mai manichei: non esiste praticamente bianco e nero, nelle canzoni dei Deerhunter, anche quando si spinge sull’emotività (Ad Astra) o quando si fa un piccolo inno alla vita, come in Living My Life. E dire che sarebbe facile, pensando al recente incidente occorso a Bradford Cox, ma i quattro (più ospiti) sono sempre votati al dettaglio, ad un ideale confine in dissolvenza. Un confine, quello di questi nove brani, tra debolezza nuda e machismo ironico e mutante. I due estremi di questo continuum sono Leather And Wood, praticamente un outtake degli Atlas Sound di Cox lato confidenziale, e la splendida Snakeskin, un boogie scuoticulo tra Supergrass e southern rock.

Cox, Pundt e compagni si muovono in una zona grigia dove la tradizione statunitense non è più e non solo quella dei Cash, dei padri blues o di Tom Petty (cui molto si è fatto riferimento nelle discussioni su questo lavoro). Questa band e questo disco sono infatti il frutto di una generazione matura che ha capito che anche i miti del migliore indie rock sono ormai Americana pura – anche perché sono passati decenni dall’età primigenia di questo “genere” – con tutto ciò che questo comporta a livello di classicismo. In sintesi, un bellissimo disco ma forse non un capolavoro (anche se la crescita costante col numero di ascolti ci fa sperare per una certa storicizzazione), a causa della mancanza di un livello qualitativo altissimo in tutti gli episodi, ma in cui la band dimostra un’indipendenza di pensiero e di scelte invidiabile, anche all’altezza del settimo lavoro.

13 Ottobre 2015
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