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Sono passati dieci anni da quel Anice in bocca, diario intimo di un Dente trentenne che, senza nessuna pretesa di successo, si avvicinava sempre più a quella fama indie/alternative mainstream raggiunta progressivamente da Non c’è due senza te e che non si sarebbe più arrestata. Saranno forse valse anche le acute trovate di grande appeal sui social, come nel caso del videoclip di Curriculum, brano contenuto in questo sesto album, di cui Dente ha realizzato insieme a Francesco Imperato 13 video in diretta Facebook e in giro per Milano. Grande attesa quindi per Canzoni per metà, svolta stilistica di un cantautore ormai “naturalizzato” milanese, tornato ad etichetta indipendente (la sua, Pastiglie) dopo la Sony di Almanacco del giorno prima. Un aspetto non secondario, questo dell’etichetta, perché va di pari passo con un ritorno alle origini anche in fatto di produzione: il desiderio di ritornare a quel “cantautorato da cameretta” di cui lui fondamentalmente è il portabandiera – si pensi alle esperienze successive di Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) o del pop elettronico de I Cani – e di dare voce a qualcosa che vada incontro ai suoi gusti, e non a quelli del pubblico.

Mantiene, come è sempre stato per il Peveri, una cifra stilistica immolata alla sfera dell’intimismo e del sentimentalismo, continuamente calata in un’atmosfera di pascoliana memoria fatta di piccole cose, anzi minuscole. Ma adesso il poeta citato dallo stesso autore è un altro, Ungaretti: infatti, più della metà delle venti canzoni che compongono l’album dura meno di tre minuti, e alcuni brani meno di uno. Sono “per metà”, per l’appunto, cioè brevi (ma guai a dire incompiute!), oltre che dedicate a “dolci metà”, cioè donne passate, presenti e future. La brevità, del tutto discutibile, rappresenta invece per l’autore un filo diretto verso la destrutturazione della forma canzone, in cui potremmo leggere anche un’attitudine all’anarchia creativa – anche questa discutibile, ma almeno sua, personale. Non che Dente sia nuovo alle scomposizioni artistiche: si pensi a Cuore di pietra, Voce piccolina, alle canzoni senza ritornello di Almanacco del giorno prima o al libro Favole per bambini molto stanchi uscito l’anno scorso, che pure segna un’esperienza di scrittura sintetica. Ma in questo disco, la struttura sembra un pugnetto di Vinavil da impiastricciarsi sulle mani per sfilarsi una pellicola di colla.

Talvolta le “canzoncine” assumono forme dal senso inafferrabile, come se ci fosse una ricerca forzata di lo-fi: Appena ti vedo sembra un inframezzo tra una canzone e l’altra di un disco de Lo Stato Sociale, Ogni tanto torna è composta da due mini-brani slegati tra loro, ma anche la stessa Curriculum rientra in questa ottica, perché non possiede neanche uno dei risvolti ironico-umoristici che c’erano, per esempio, nella brevissima La più grande che ci sia da L’amore non è bello. E forse sono proprio i giochi di parole, da sempre spiccata caratteristica di Dente, a mancare in questo album, come le buffe composizioni di Cuore di Pietra, Giudizio Universatile, La settimana enigmatica o di Coniugati Passeggiare. Uno dei pochi tentativi è presente in L’amore non è bello – che riprende pari pari il titolo di un suo album – composta solo da rime in -ello (che pure non è una genialata linguistica). E non sarà, anche, che la lampante autocitazione folle sia un altro indizio di offuscamento? La battaglia delle bande viene citata ora in I fatti tuoi. Di Scanto di Sirene viene ripresa una frase iniziale e posta alla fine di Canzoncina – per altro citazione di Sad Songs and Waltzers di Willie Nelson – perché nei live venivano suonate l’una di seguito all’altra. La stessa canzone, volendo vederla, è anche citata nell’immagine di copertina, una sirena-Frankenstein creata da FEFHU. Per non parlare di Senza Testo, che diventa per direttissima Senza testo 2.0 – dove se prima il rumore di sottofondo era quello di una mina della matita sul foglio, ora è quello dei tastini del computer.

A sostenere questo materiale, una rinnovata impalcatura musicale che, oltre alla chitarra acustica, comprende batterie elettroniche, tastiere e Omnichord, strumento elettronico vintage giapponese, allontanando per un attimo Dente dai cantautori a cui è sempre stato affiliato, Battisti e Dalla, e avvicinandolo ad altri come i Baustelle – si ascolti la bella Senza stringerti. Qualche passaggio ritmico interessante, come in Il padre di mio figlio, Geometria sentimentale, Attacco e Fuga, mentre in Come eravamo noi – una delle meno “dentiane” dell’album, ma anche la migliore del disco secondo chi scrive – arriva al punto giusto di coinvolgimento emotivo e testo ben scritto.

La forza del Peveri è sempre stata quella di essere esattamente figlio del nostro tempo, di capire quale tipo di romanticismo fosse necessario cantare a cavallo degli anni Dieci, di far uso di una cornice rétro efficace e soprattutto credibile, per nulla costruita. Nell’epoca delle immagini come è quella in cui viviamo, Dente consegna immagini quotidiane ed evocative, e soprattutto che fanno sorridere, ridere, anche piangere. Ma Canzoni per metà, sebbene il coraggio di rischiare sia apprezzabile, potrebbe essere, più che incompreso, frainteso. È vero, lui scrive per se stesso, com’è giusto che sia, non gli si chiede di essere nient’altro rispetto a quello che è. Ma non fraintendetemi neanche voi se dico che spero che i Plastic Made Sofa nei live lo aiutino a dare due colpi a questi brani sicuramente autentici, fiabeschi, dolcissimi, ma in parte incerti, indefiniti e incompiuti. Ahia, l’ho detto.

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