• mar
    17
    2017

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Columbia Records

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Si è già letto e detto quasi tutto sull’ultimo Depeche Mode. Si è parlato di una band ormai sotto il rigido controllo artistico di Martin Gore; si è ampiamente dibattuto circa la sua decisione di farsi affiancare alla produzione da James Ford dei Simian Mobile Disco (scelta salutata con favore soprattutto da chi, dopo l’ultimo Delta Machine, aveva dato per chiusa la pratica Depeche Mode). È stato infine sezionato il singolo Where’s the Revolution, che aveva visto scendere in piazza l’oscuro ed anthemico gospel pop del gruppo per rivestire un insolito ruolo ribellista (su cui qualcuno non ha esitato ad ironizzare).

Sono argomenti validi, per carità, ma utili soprattutto ad innescare una narrazione, a dare identità ad un album che, in quanto a ispirazione, resta fedele alla direzione imboccata dalla band a partire da Playing the Angel. Vale a dire quella di un blues rock sintetico e soulful, ripiegato in modo (troppo) uniforme ed autoreferenziale sui toni più dolenti e drammatici. Alla luce della storia travagliata della band e dei singoli suoi membri è difficile stendere una classifica dei lavori più tetri e pessimisti, ma non si fatica ad inserire Spirit in un’ipotetica shortlist. Questa volta però il pessimismo si fa pubblico, anzi, politico. Un malessere che si rivela in sound sporco, fisico e nervoso, che ha come output l’invettiva astiosa di Scum o la retorica generica sul “dove andremo a finire, signora mia” di Going Backwards.

Intendiamoci, dai tempi di Black Celebration, Gore e soci hanno alle spalle una solida tradizione di umori lividi e scenari claustrofobici, ma su requiem contriti come The Worst Crime sembrano operare con troppo mestiere, oltretutto senza l’afflato introspettivo che aveva caratterizzato i loro momenti artisticamente più felici. Bisogna attendere You Move per riscoprirli interessati ad intessere groove e Cover Me perché all’orizzonte, illuminata da vasti tappeti di elettronica krauta, si affacci un’ipotesi di redenzione.

Dopo un paio di numeri piuttosto canonici come Eternal (una di quelle torch song con cui Gore si ritaglia un momento di intimità con il suo pubblico) e Poison Heart (abrasiva break up song dalle taglienti meccaniche industrial) ci si avvia verso la parte più interessante dell’album. È qui che i DM recuperano il loro afflato pop. Prima con un uptempo adornato da suggestivi droni di chitarra, che melodicamente richiama i tempi di Construction Time Again (So Much Love). Quindi con gli sbuffi analogici di No More (This Is the Last Time), forse il frammento più 80s oriented di tutta la tracklist.

La chiusura spetta a Fail cantata da un Martin Gore al culmine dello slancio polemico (“Our consciences are bankrupt, we’re fucked“) i cui cupi bordoni elettronici si schiariscono con l’incalzare della ritmiche. Una conclusione tutto sommato anomala per un album cinico e arrabbiato, in cui traspare ben poco dello “spirito” del titolo.

17 marzo 2017
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