Recensioni

7.4

Sarebbe stato lecito aspettarsi un abbandono della sigla, a causa dei troppi impegni con Dirty Projectors, Avey Tare’s Slasher Flicks, Matmos, Flying Lotus ecc., oppure, nella peggiore delle ipotesi, una crisi creativo-produttiva d’altissimo livello in grado di bloccare completamente Angel Deradoorian, visti i cinque anni abbondanti passati dall’ultimo avvistamento a suo nome. Tanti ne sono infatti passati da quello che avevamo lodato come un ottimo antipasto, e che si è poi manifestato come l’unico passo finora compiuto dall’americana: Mind Raft, mini album pubblicato nel 2009 per Lovepump United e all’epoca definito mini per minutaggio ma non per orizzonti e possibilità adombrate.

Quello che Deradoorian affida a questo esordio lungo targato Anticon è un mondo sonoro che supera le pur buone intuizioni del citato mini, trattenendo quelle atmosfere malinconiche, umbratili e crepuscolari che insieme ad una dimensione panica e folky e a un gusto particolare per reiterazioni e trascendenza ne formavano l’architrave, per sposare una visione musicale più caleidoscopica e colorata. Un mondo in cui assume un senso “altro” anche il forsennato mix di input e ispirazioni tra le più diverse e disparate per provenienza e influenza, come le polifonie vocali del vicino e lontano Oriente e del remoto e prossimo passato occidentale (certi passaggi vocali neo-barocchi che fanno tornare in mente i sottovalutati Extra Life), la psichedelia docile e sognante anni ’60, certi rimandi ad una particolare forma imbastardita di prog (come poteva intenderla il Robert Wyatt in solo), tradizioni (non solo musicali) arcaiche come quella armena da cui proviene la famiglia della Deradoorian, spruzzate di ritmiche kraut meno ossessive e di elettronica pop, a volte giocosa, a volte virata minimalismo e altro ancora.

Coordinate sonore varie ed eterogenee che fanno di quello affidato a The Expanding Planet Flower un mondo sonoro fatato, perfettamente sospeso tra sogno e realtà (Violet Minded se ne fa paradigma), bizzarro e alieno nel suo essere pretenzioso senza boria e curioso oltre ogni limite, con una gioiosità e un senso di naïveté che ci ricorda la prima Björk o personaggi onnivori simili. Di sicuro non sintetizzerà elementi da “Alice Coltrane and Can, Terry Riley and Dorothy Ashby” come afferma la press, ma certamente The Expanding Planet Flower racchiude infiniti mondi da scoprire e svelare ad ogni ascolto, come una sorta di Giano bifronte cangiante e sfuggente architettato da una novella Alice nei paesi della meraviglia.

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