• Mar
    01
    2019

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Trovarobato

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Ci scuserà il diretto interessato per il paragone azzardato, ma Dino Fumaretto fino ad ora ci era parso una sorta di Woody Allen prestato alla musica, lontano dai canoni del bello istituzionale e dal virtuosismo oggettivo, eppure sempre lì a raccontarsela, a riflettere in maniera arguta su una realtà specchio di un pessimismo ormai cronicizzato, grazie a un cortocircuito di umorismo surreale e amaro. Tutto questo lo ha portato forse a raccogliere meno di quanto avrebbe meritato, considerata l’acutezza di certi testi e l’originalità del punto di vista “narrativo” adottato, e quel suo essere borderline rispetto a tutti gli stili più ortodossi, si parli di cantautorato, folk, rock, sperimentazione o elettronica, non ha certamente aiutato.

Lo potremmo anche paragonare a un Kafka della canzone d’autore, il buon Dino (e per osmosi, lo stesso Billoni, “interprete” del canzoniere fumarettiano), impegnato a descrivere racconti musicali capaci di aprire spaccati interiori persino inquietanti nel loro realismo funesto e “psicanalitico”, e forse anche poco interessati a definire un’estetica troppo elaborata, perlomeno nei dischi licenziati fino ad oggi. Sì, perché Coma segna un grande scarto in termini di scrittura e soprattutto di produzione artistica rispetto al passato, anche grazie al lavoro di IosonouncaneRocco Marchi e Francesca Baccolini (tutti co-produttori dell’album). Si allungano i brani – Storia epica arriva addirittura oltre i sette minuti – ma a cambiare è proprio il metodo di lavoro alla base di un disco che questa volta non si limita a essere una ruvida testimonianza della psiche in bianco e nero – più nera che bianca, a dire il vero – del personaggio Fumaretto, ma diventa una complessa e visionaria metafora sorretta da una certa inventiva musicale e dall’apporto corale di tutte le parti in causa.

Il tema centrale è il sonno, assieme ai sogni e agli incubi che lo stesso genera. Un terreno fertile per le elucubrazioni di un Fumaretto che se da un lato non rinuncia a suonare inquietante – i suoni legnosi del contrabbasso a costruire una sorta di sospensione à la From Her To Eternity ma più psichedelica di un brano articolato come Sopra la mia testa, il basso tagliente e le circonvoluzioni quasi circensi di Problema in affitto – dall’altro diventa parte integrante – ma non dominante, come invece accadeva in passato – di un flusso musicale che deve molto all’immaginario “meccanico e campionato” di Iosonouncane, pur esaltando lo stile di Fumaretto. È dunque una questione di colori, di strumentazione utilizzata (pianoforte, synth, batteria, campionatori e molto altro) ma anche di ordine e disciplina in una scrittura nata come un insieme di particelle elementari assemblate in sala d’incisione, eppure efficiente nella sua complessità quasi orchestrale, come dimostrano brani come Bicchiere Rotto – il paragone con certi compositori della scuola russa (Šostakovič o Musorgskij, ad esempio, per lo meno nei “colori” dei brani) non vi sembri così azzardato – ma senza snaturare nulla del Billoni che conosciamo. E se Innocuo sogno di rivolta è un energico e oscuro post punk in stile Joy Division (potremmo anche definirla una versione dopata di Cosa c’è nel frigo), la marziale Bicchiere sembra far annegare il Nick Cave dei primi dischi con i Bad Seeds in una bruma carpenteriana, mentre la visionaria ed autistica Fiori di cantina ha quasi un che di cinematografico nelle sue corde, virato verso il solito surrealismo applicato ai rapporti di coppia ormai marchio di fabbrica della ragione sociale.

L’impressione che si ha a fine ascolto è che Fumaretto/Billoni abbia finalmente trovato il modo di dichiarare – avendo i mezzi per farlo – tutta la sua attitudine visionaria, la stessa che si intuiva nei dischi precedenti ma che forse non emergeva in modo così plateale. Insomma, il Woody Allen che si citava in apertura si è trasformato in un David Lynch sul lettino dell’analista, e a noi non resta che godere della sua poetica piacevolmete disturbata.

19 Febbraio 2019
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