• Set
    25
    2015

Album

Island

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Li avevamo lasciati due anni fa incensati un po’ da tutti per il loro esordio Settle, applaudito in ogni dove come l’espressione migliore di dance “poppeggiante” partorita nel 2013: con un occhio strizzato sapientemente alle charts, i due fratellini prodigio hanno saputo intelligentemente collocarsi in una precisa zona intermedia per cui, mentre Latch girava ininterrottamente su MTV, il loro esordio veniva ascoltato senza vergogna tanto dagli hipster più attratti dall’elettronica, quanto dagli elettrofili più radicali, venendo (giustamente) visto come un “semplice” prodotto pop di qualità che raccoglieva tutti gli strascichi dell’enorme calderone UK garage, riposizionandoli autorevolmente in un’area più smaccatamente radio-friendly che nulla inventava, ma si faceva ascoltare.

Elemento senz’altro imprescindibile per valutare la portata e la caratura del fenomeno Disclosure, tanto in quel primo capitolo quanto in questo nuovo secondo atto, è il tanto discusso florilegio di ospiti e feat, addirittura aumentati nel sophomore, disco che presenta solo due tracce senza comparsate esterne al duo. Da parte sua la coppia del Surrey ha strombazzato il coinvolgimento attivo dei vari ospiti nella fase compositiva dei rispettivi pezzi, enfatizzando anzitutto la veste più cantautorale di questo nuovo album, che a detta loro si comporrebbe di tracce pensate e suonabili prima di tutto in una minimale veste acustica al piano, scevra da ogni modaiolo rivestimento elettronico. Canzoni prima che hits, dunque.

In linea di principio, sicuramente il disco si muove proprio in questa direzione, rallentando e ammantandosi nella sua quasi totalità di una inedita patina soul-gospel sicuramente assente in Settle. Anche la selezione degli ospiti va indubbiamente in questa direzione, alternando nomi già affermati e in alcuni casi addirittura più altisonanti (a livello puramente numerico) degli stessi Disclosure (The Weeknd, Sam Smith, Lorde, Miguel) ad artisti emergenti (Lion Babe, Kwabs, Nao), se non addirittura semi-sconosciuti (il cantante australiano Jordan Rakei), ma tutti comunque provenienti dal sempre più inflazionato bacino r&b che tanto ha spopolato soprattutto nell’ultimo lustro (vedi a tal proposito il nostro speciale).

Data la preponderante mole di interventi esterni, il rischio “spersonalizzazione” era dietro l’angolo, ma i fratelli d’Albione sono stati sicuramente bravi ad evitarlo: dal punto di vista produttivo il disco è indiscutibilmente impeccabile e dotato di un sound definito e “suo” per tutta la sua durata, forse anche troppo; spesso la costante uniformità sonora e quella smoothness total black elegantissima ma forse un tantino troppo patinata di cui dicevamo sopra, risulta un po’ stucchevole e monotona, tanto furbescamente cool e perfetta da riuscire quasi antipatica. L’album sembra poi nettamente e quasi meccanicamente bipartito. La prima parte è composta da pezzi senz’altro riusciti: dalla comunque buona apertura con The Weeknd in Nocturnal al feat con il sodale Sam Smith Omen (che sta già inevitabilmente spopolando), dallo sbrilluccichio soul di Holding On con Gregory Porter e di Willing & Able con il promettente Kwabs alle raffinatezze house di Hour Glass con i Lion Babe, fino alla tanto attesa quanto riuscita Magnets con la sempre brava Lorde. Dopo questi primi sei pezzi, però, i due fratelli sembrano aver anzitempo esaurito le frecce al proprio arco, e procedono un po’ con il pilota automatico (anche a livello produttivo): Jaded, prima traccia senza featuring, è anche la meno riuscita del lotto (lanciamo una provocazione, sarà un caso?), con un ritornello appiccicaticcio che velocemente ti entra in testa ma altrettanto velocemente si arriva a mal sopportare, mentre Good Intensions con Miguel è semplicemente molto scialba e molto insipida (consapevolmente, aggiungeremmo, visto che nonostante si tratti di uno dei feat con più appeal commerciale, dato il partner, è stato quello meno spinto a livello promozionale). Va un pochino meglio con le morbidezze soul di Superego feat. Nao e con la poppeggiante 2-step 100% Disclosure di Echoes, mentre scorre lasciandosi ascoltare, ma senza rimanere, la ballatona conclusiva Masterpiece con Rakei.

Tirando un po’ le somme, questo Caracal va preso unicamente per quello che è: un po(l)pettone squisitamente (anche troppo) confezionato. Ci troverete dentro un buon dance-pop teso tra elettronica e soul r&b? Assolutamente sì (nella prima parte). È un disco che ricorderemo negli anni e che supererà la prova del tempo? Noi propendiamo per il no.

28 Settembre 2015
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