• Mag
    05
    2015

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Because Music

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Ah, l’effetto-sorpresa: quell’espediente critico che permette di fare uno sforzo minimo nell’interpretazione di un disco. Una cosa che vale, soprattutto, quando si tratta del seguito di un grande esordio, come era stato l’omonimo dei Django Django. Si potrebbe facilmente liquidare il disco così, parlando di una minore freschezza perché non c’è l’effetto-sorpresa, nonostante formalmente ci si trovi di fronte a un disco inattaccabile. Ma non faremmo un torto ai musicisti e a noi ascoltatori? I ragazzi ci hanno messo tre anni per dare alle stampe questo Born Under Saturn. Si tratta di una mole di lavoro enorme, per i tempi in cui viviamo. Fermarsi ai giudizi di comodo sarebbe ingiusto.

Sarebbe ingiusto anche perché i Django Django sanno scrivere canzoni, sia nella struttura e nella tessitura, sia in termini di melodia. Giant, traccia che apre il disco, è esempio di quanto detto: su testo e voce giocosi, caracollanti, un piano tra l’honky tonk e la tropicalia viaggia assieme al groove elettronico, in un inspessimento strumentale debordante. Il risultato è un brano pop che ha tutto: memorabilità, dettagli bene a fuoco, tiro ritmico e crescendo emozionale coloratissimo. È un canovaccio che si ripete spesso nella scaletta, e l’idea che ci si fa è che i quattro abbiano irrobustito il suono per diventare maggiormente ballabili, laddove prima c’erano più chitarre: una Hand Of Man – dal disco scorso – qui praticamente non esiste.

Il raffronto col passato è evidente con First Light: sono i Django Django dell’esordio che incontrano i Glass Candy di Digital Versicolor, per quello sviluppo circolare apparente del brano, quella reiterazione ritmica che però, rispetto al duo statunitense, trova sfogo nell’ingresso del chorus o in stacchi in cui c’è la sospensione musicale e un accenno di pathos nella voce. I paragoni con la Beta Band, che prima andavano per la maggiore, possono finalmente cadere: rispetto a quel suono quasi sempre essenziale, mai sovraccarico, qui si percepisce un ingrossamento strumentale simile ad un wall of sound spectoriano, in cui i singoli elementi viaggiano quasi sempre all’unisono. È come vedere un enorme elefante sonico muoversi e fermarsi, scattare o tergiversare, laddove prima c’era un ragno divertito che tesseva. La cosa strana è che questa pesantezza viene non tanto dall’apparato sonoro, quanto dalle voci.

Una cosa infatti sfianca, in questo disco: il continuo, incessante utilizzo dei cori. Quasi tutti i pezzi hanno la stessa vocalità multipla: non ci sono giochi canori come la tradizione pop vorrebbe (senza scomodare, ad esempio, i Beach Boys), ma una semplice sincronia tra i vocals. Il risultato vorrebbe forse essere un modo per celebrare il viaggiare nella stessa direzione, eppure quel che viene fuori in molti casi è monotono, anche in virtù di un minutaggio corposo.

Sono tutte critiche dure per una band che però, quando ci si mette, è irresistibile: la WOR del disco precedente virata Link Wray di Shake And Tremble, una Vibrations che è gli Animal Collective resi potabili e sminuzzati nel dub e poi rinvigoriti dal glam, Shot Down che è electroclash delinquenziale con il santino di certi New Order anfetaminizzati. Più di tutto, stupisce Beginning To Fade: i Blur di Think Tank senza Africa, con ancora maggiore elettronica, ma mogi ed emotivi. Mai i Django Django erano stati così sentimentali e scoperti. Break The Glass vede tornare le chitarre in una posizione di equilibrio rispetto agli altri strumenti e la psichedelia si insinua magistrale. È il pezzo più complicato, disarticolato, sperimentale, mentre la chiusa di Life We Know ci fa rivedere gli umori arabi e il tribalismo del 2012 che si instaurano in un pattern psych trafitto da un ritornello killer.

Il voto è relativamente basso – per le potenzialità dei quattro e considerando il tempo profuso – ma crediamo giusto: da questi ragazzi ci aspettiamo davvero tanto. Non che ci abbiano delusi, ma nulla ci impedisce di credere che questo disco avrebbe potuto essere colpaccio vero, e non lo è stato.

4 Maggio 2015
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