Recensioni
Donato Dozzy
Donato Dozzy
One Instrument Sessions
12H
-
Alessandro Pogliani
- 6 Dicembre 2019


Paradossalmente, la creatività ha bisogno di limitazioni. Sovente è nel momento in cui si deve confrontare con le regole, etero- o autoimposte, che la scintilla del genio spicca e brilla. La regola-base per partecipare a One Instrument, l’iniziativa-label berlinese organizzata da Aimée Portioli aka Grand River, è semplice: si accettano esclusivamente pezzi realizzati solo con uno strumento, sia esso acustico (vedi il vibrafono usato da Alessandro di Puccio per il 7” registrato nel 1983 ma pubblicato nel novembre del 2019 come Session 04, o i tradizionali strumenti indonesiani utilizzati da Fahmi Mursyid nel mini-album che costituisce l’ottima Session 03) o elettrico (la Fender Stratocaster suonata da Raimondo Gaviano aka Svart1), impalpabilmente digitale come un software (il Max/MSP programmato da Antonio Riuscito) o in-carne-e-ossa come la voce umana (“suonata” da Orama), passando per i tanti rack modulari analogici (un sommo esempio su tutti: l’E340 Cloud Generator che Neel – alias il Mastro del Mastering Giuseppe Tillieci, che con Donato Scaramuzza più-noto-come Dozzy condivide tante cose, i Voices From The Lake per esempio – doma e piega per la Session 02, con un incredibile lavoro sulla spazializzazione dei suoni). Non so se si era capito: cogliamo l’occasione di questa recensione per chiamare a raccolta altri lavori meritevoli di menzione, scoperti tra le ramificazioni della ricerca, vi dispiace? Che poi le guidelines della label siano seguite alla lettera (nessun effetto tranne il reverb, nessun sampling, solo un oscillatore nel caso degli esperimenti modulari, tra l’altro) o meno, poco importa: tanto la karma police non verrà a bussare alle porte degli artisti coinvolti nel lodevolissimo progetto, a cui auguriamo tanto futuro.
Donato Dozzy restituisce il favore a Grand River (ospitata su Spazio Disponibile, la proditoria label di Scaramuzza e Tillieci, con il 12” Crescente nel 2017 e nel 2018 con l’album Pineapple) scegliendo come arma il leggendario sintetizzatore EMS Synthi AKS, tra i suoi gingilli elettronici preferiti (“l’unico che permette davvero un’espressione genuina, come se fosse un’estensione del mio corpo, permettendomi di tradurre pensieri ed emozioni in suono”, come ha detto a The Wire). Dozzy non è nuovo nel realizzare lavori centrati su una sola fonte sonora, vedi lo scacciapensieri per The Loud Silence (2015) o la voce di Anna Caragnano per Sintetizzatrice (sempre 2015). Qui al mono-strumento DD aggiunge un altro auto-limite: l’album è tutto registrato in presa diretta (in una notte del 2013, nel suo studio di San Felice Circeo). La session è divisa in due lunghe tracce, ma solo per esigenze di vinile: il flusso di (in)coscienza è continuo e ammaliante. Il risultato è un viaggio, necessariamente psichedelico, sul lento treno dei desideri, procedendo per associazioni di idee astratte, sinusoidi, frattali, singulti, schianti, fischi. Resistere è futile, abbandonarsi al puro stimolo sonoro è l’unico approccio ammissibile.
A chi sa metterci coscientemente le mani, senza spippolamenti a caso, il Synthi-nella-valigetta-di-plastica riserva meraviglie: le potenzialità sonore della macchina, che pure ha attraversato magicamente cinque decenni, sono semplicemente mostruose, ma riservate a chi ci investe tempo, passione e competenza. Da essa si possono estrarre struggenti frasi melodiche (come nel caso di Alessandro Cortini, che nel bellissimo Avanti faceva cantare il sequencer dell’AKS sul filo delle memorie personali), così come chirurgiche operazioni a circuito aperto (la mirabile lucidità di Yoshio Machida espressa in Music from the Synthi) o, appunto, lisergiche traversate nelle pieghe della corteccia cerebrale, che Dozzy si concede e ci concede. Il riferimento ai Maestri kosmische Klaus Schulze e Conrad Schnitzler non è fuori luogo ma non è neppure mandatorio: il virtuoso Dozzy non ha necessità di salire sulle spalle dei giganti, regalandoci l’ennesima gemma di una carriera sempre più ammirevole (7.6).
Intrecci di piani editoriali permettono di testare in tempo reale la tesi i-limiti-acuiscono-la-creatività: solo poche settimane prima dell’uscita di One Instrument Sessions era stata pubblicata per i tipi della Presto!? di Lorenzo Senni 12h, versione condensata a 98 minuti di una sonorizzazione site specific di dodici ore diffusa attraverso 24 speaker sul Ponte della Musica a Roma, tra Foro Italico e Stadio Olimpico, presentata nel 2014 da Dozzy (complice tecnico il solito Neel) in occasione del centenario del CONI. L’armamentario è qui esteso: elettronica digitale e analogica, strumenti acustici, suoni dalla natura, field recordings, per un percorso suddiviso in dodici stazioni interconnesse tra loro che parte placidamente ambient, si concede richiami fin troppo diretti a coordinate enoane (gli aeroportuali pad vocali di 12H.5), lambisce vezzi world quasi-new age (12H.6), gioca con le frequenze (le rifrazioni sintetiche di 12H.11) e chiude con un maestosa fuga di loop voicefromthelakeiano (vedi il bel Live At Maxxi, registrato sempre nel 2014 proprio a poche centinaia di metri dal Ponte della Musica). Il risultato complessivo si dimostra non spiacevole ma eccessivamente diluito e ondivago, sicuramente meno omogeneo ed emozionante dello Slow Train della Sessione per Uno Strumento: la troppa libertà rischia di imbrigliare l’inventiva (6.4). C.V.D. Come Volevasi Dozzy.
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