Recensioni

Il ritorno dell’elettronica pura. Astrazione matematica. Spingersi oltre le dimensioni conosciute e investigare spazi nuovi, stroboscopi di sensazioni robotiche e precisissime. Il sogno electro incarnato nella perfezione degli strumenti contemporanei. Nuovi orizzonti che inevitabilmente vanno a rifocillarsi dell’archivio degli Autechre e delle ricerche puntigliose di Keith Fullerton Whitman. Ancora una volta l’ombra dei Kraftwerk, ossessione e riflessione, 2007 volte quest’anno. Matematicizzazione operata da un duo di imperscrutabili amanti delle dimensioni superiori della fisica quantistica.
Nei titoli del nuovo lavoro scorrono fasci di superstringhe, superfici non visibili ad occhio nudo. Del resto i titoli degli stessi album – Linear Accelerator e Calabi Yau Space – prendono diretta ispirazione dagli esperimenti condotti con l’acceleratore LHC del CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle al confine tra Svizzera e Francia. Formule e numeri intuiti anche nel lavoro di Arpanet, l’altro alias del Drexciya Gerald Donald che qui, assieme a Michaela To Nhan Le Thi, muove le fila del discorso da una remota (fittizia?) location germanica. E come nel lavoro archeologico del bostoniano KFW sopraccitato, la ricerca sonora qui si spinge nell’evocare le ghost in the machine e, idealmente, alla ricerca dei segreti più intimi della materia attraverso l’applicazione della scienza e dell’utilizzo della più avanzata tecnologia. In tracklist, troverete suonini (stupendo il coretto di theremin nella suite Hyperelliptic Surfaces), click, glitch, riverberi ping pong (Compactification) effetti stereo (destabilizzante il gioco di panning in Holomorphic N-0 Form), voci superfiltrate (l’oscurissimo pattern ligetiano di Non Vanishing Harmonic Spinor), paesaggi che isolano l’ascoltatore in un’esperienza che si situa al confine tra ricerca e fascinazione per il sublime, condita in generale da echi dark (Hypersurface). L’electro che vira pesantemente fuori dal dancefloor, ritrovando ancora una volta la sua componente di ricerca, il suo purismo un po’ snob, fatto per geek dell’orecchio.
Ovviamente la cassa dritta non può esserci. Le canzoni hanno pattern dilatati, prive di crescendi o climax, le atmosfere si fanno rarefatte, proiettando dimensioni nuove. Non è l’ambient techno di Aphex Twin o il post-folk di Nathan Fake. Qui non ci si sporca con le strutture canoniche, si va oltre, cercando il suono perfetto e lasciando da parte il pop.
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