Recensioni

7.8

È un vero peccato che chitarre acustiche e sonorità folk non vengano quasi mai associate al futuro. «Dovesse andare tutto in merda», dice Alexandra Drewchin, in arte Eartheater, «dovesse venire a mancare l’elettricità, chi si ritroverà a suonare musica insieme? Verrete tutti a chiamare me, Adam e Marilou (del duo LEYA, con cui ha realizzato l’EP Angel Lust nel 2019) e diverrà il suono di un apocalittico futuro». Se c’è un’artista contemporanea cui affiderei, in un eventuale scenario post-apocalittico, questo ruolo ricostruttivo, devo ammetterlo, è proprio Eartheater.

Drewchin è una vera e propria icona dell’underground sperimentale post-internet degli anni Dieci, una figura tanto auto-ironica quanto assidua nel suo obiettivo di trascendere le barriere tra i generi, intese sia nella loro accezione estetico-compositiva, che nei loro risvolti più sociologici. Per sua stessa ammissione, in quel di NY, Drewchin si accompagna a club kid, musicisti di classica, rapper e metallari in egual misura, “soccombendo” a una varietà e quantità di stimoli musicali e sottoculturali che sinora hanno non solo mantenuto il suo sound in perenne mutamento, ma anche, per così dire, “dissimulato” le sue aspirazioni da compositrice di chamber music.

A ulteriore conferma di questa sua posizione da ubiqua, sincretistica insider, Drewchin pubblica da ormai qualche anno per l’etichetta di Berlino PAN, baluardo delle sonorità post-club degli ultimi cinque anni e significante di una visione futuribile dell’elettronica sperimentale. Al contempo, tra un concerto e l’altro, si trasforma da performer espressionista di reminiscenze post-punk a songwriter folk, da algida chanteuse synth-pop a dirompente produttrice noise, accompagnata da chitarre, laptop, loop o arpe, a seconda della serata. Se il suo penultimo IRISIRI (2018) catturava, esasperandoli, i dettagli di questi saliscendi stilistici e l’ultimo, eccellente Trinity (2019) giungeva all’improvviso a testamento del suo legame stretto con la club culture (tra i produttori, gli amici Acemo e Kwesi Darko), il nuovo album Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin punta su una coerente visione d’insieme, trovando nell’adorata chitarra acustica un lasciapassare per il folk post-apocalittico orchestrale di cui non sapevamo di avere bisogno.

Che il lavoro del “revival folk” espressionista degli anni Duemila (ricordate la dicitura “freak folk”?) non fosse né finito né dimenticato (uno dei miei clip preferiti del 2019 vede Julianna Huxtable, una delle DJ più spietate in circolazione, danzare in libertà su Emily di Joanna Newsom), lo dimostravano i due dischi di folk astratto della stessa Eartheater Metalepsis e RIP Chrysalis (2015). Già lì sembrava di sentire un’erede della macabra giocosità di CocoRosie, Fursaxa, Spires That In The Sunset Rise e altre entità folk propriamente freak del decennio precedente. Phoenix, tuttavia, concepito lo scorso anno in semi-isolamento durante una residenza artistica di dieci settimane a Saragozza, agli impressionismi e alle schizofreniche astrazioni del passato preferisce la compostezza della songwriter alla ricerca dei brani perfetti da consegnare ai posteri. Il risultato, è il disco più sontuoso e ambizioso di Eartheater.

Per cominciare, il disco è attraversato da un incantevole tema musicale (una semplice, ariosa melodia all’acustica) che già era comparso in una sua collaborazione con il duo hardcore Prison Religion lo scorso anno, e che qui apre (Airborne Ashes), ribattezza (How To Fight) e chiude (Faith Consuming Hope) le danze, quasi a voler sottolineare i toni operatici dell’impresa. I poco più di quarantacinque minuti del disco vedono alternarsi, in un sopraffino lavoro di sequencing, esistenzialiste ballate pop-folk e stralci di elettronica sperimentale, qui, come si accennava, nel complesso più contenuta e atmosferica che in passato. Se le prime sembrano muoversi leggiadre, in punta di piedi, sull’orlo di un metaforico vulcano emotivo improntato all’auto-riflessione, i magmatici beat à la Homogenic degli interstizi più corrosivi (spiccano il sound design à la Ninth Wave di Goodbye Diamond e le impietose sferzate di Burning Feather, realizzata a partire da campionamenti di cigolanti altalene in un parco) agiscono a mo’ di inquietante allerta: la lava ha già cominciato a scorrere.

Sono i brani stessi e l’impianto figurale del disco (solo una come Eartheater poteva dare alle stampe un album così intrinsecamente elegante e al contempo scommettere su una copertina così infuocata) a suggerire questo immaginario da tettonica delle placche, mercuriali lande desolate e infuocate esplosioni. Eppure increspature noise, rintocchi improvvisi e disperate urla di assestamento tendono a lasciare spazio a una più generale sensazione di compostezza ed equilibrio, uno stato contemplativo che permette a Drewchin di mostrare le proprie doti di singer-songwriter.

Nella disarmante Below The Clavicle il falsetto di Drewchin raggiunge il suo picco “freak” al termine di ogni ritornello, per poi ripiegarsi in mormorate riflessioni sull’importanza di tacere al momento giusto («I’m a clever girl / To keep my mouth shut / The meaning has not come out yet») e lasciar spazio ai celestiali archi dell’Ensemble de Camara, che qui mi ricordano la Alison Goldfrapp di Felt Mountain (a proposito di “unfinished business”). How To Fight promette di implodere sotto il peso di un trauma amoroso («I’ve gone under the knife of love») e invece finisce per soffocare i propri impulsi distruttivi, accavallando le parole “fight” e “fuck” quasi a volerle soffocare («I know how to fight / How to fuck») e lasciando al tema musicale dell’album il compito di sciogliere il nodo emotivo del brano. Nella ripida ballata al piano Volcano, invece, Natura («Like two tectonic plates make the earthquake») e Artista sembrano perdere il controllo («There goes my shirt»), per poi, invece, ripiegare su un microscopico studio l’una dell’altra (“I’m obsessed with this grain of salt / I’m fixated on a grain of sand”).

Attenta conoscitrice del labile confine tra mente e corpo, in Phoenix Drewchin trasforma la ricerca di un equilibrio interiore in un’epopea pop-folk in cui ogni brano si impone come una conquista. Impossibile prevedere la sua prossima mossa o il successo di un album che, almeno in un primo momento, viene dato in pasto a un underground ancora ampiamente assetato di ritmiche global e a un ipotetico pubblico folk che, per così dire, probabilmente non sogna di farsi immortalare con delle scintille tra le gambe come la Nostra. Eppure, per ironia della sorte, è con il suo album più elegante e “composto” che Eartheater ci ha dato il suo primo “classico”. Dovesse venire a mancare l’elettricità, sapete chi chiamare.

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